Archivio | nelle sale RSS feed for this section

Tim Burton, ritorno nelle Ombre oscure

18 Mag

Angelique Bouchard: I’m going to make an offer to you, Barnabas. My last. You can join me by my side and we can run Collinsport together as partners, and lovers… or I’ll put you back in the box. 
Barnabas Collins: I have already prepared my counter-proposal. It reads thusly: You may strategically place your wonderful lips upon my posterior and kiss it repeatedly! 

Provate a immaginare un film horror, molto horror, con vampiri, streghe, fantasmi e altre creature terrificanti. Provate a immaginare che, all’improvviso, il film viri sulla commedia grottesca e sullo humor britannico, per poi tornare alle sue origini gotiche.

Dark Shadows è la storia di un giovane inglese che con la sua famiglia approda negli Stati Uniti per fondare un impero del pesce nello Stato del Maine (che all’epoca dei fatti ancora non esisteva, ma poco importa). È il 1776 quando Barnabas Collins (Johnny Depp) si innamora di Josette (Bella Heatcote), spezzando il cuore alla serva sbagliata, Angelique (Eva Green), una strega con straordinari poteri e un cuore fortemente rancoroso. Angelique fa morire Josette e condanna Barnabas al tormento eterno, trasformandolo in vampiro e rinchiudendolo in una bara per quasi 200 anni.

Fino al 1972, quando il sarcofago viene ritrovato e aperto dagli operai di un cantiere, liberando il mostro che poi, come capita spesso nei film di Tim Burton, mostro non è. Barnabas è costretto a uccidere, lo sa e sembra non soffrirne, ma in realtà vorrebbe tornare umano perdendo l’immortalità. Tornato nella sua residenza di Collinwood trova i suoi discendenti e si trasferisce a vivere con loro, con il proposito di riportare la dinastia dei Collins a dominare il mercato del pesce, nel frattempo colonizzato dalla Angel Bay della strega Angelique.

Il nuovo incontro tra i due genera ancora passione, gelosia, odio. Un turbinio di sentimenti espressi sempre con leggerezza e ironia, mentre Barnabas si innamora di una giovane istitutrice (interpretata dalla stessa Bella Heatcote) che sembra la reincarnazione di Josette.

È l’insieme di questi conflitti a rendere Dark Shadows un film estremamente godibile. C’è un po’ tutto Tim Burton, un cross-over tra i suoi generi preferiti, dal demenziale al terrorifico. Inutile girarci intorno: il film sta almeno due spanne sotto i grandi capolavori come Nightmare before Christmas o Edward Mani di Forbice, non arriva nemmeno ai livelli degli eccellenti Sweeney Todd, Ed Wood e La Sposa Cadavere, ma può tranquillamente entrare tra i film meglio riusciti del regista di Burbank, alla pari con Il Mistero di Sleepy Hollow, poco sotto i due Batman e Big Fish.

C’è qualcosa in Dark Shadows di estremamente intimo e personale che ci fa riabbracciare il vero Burton dopo la pellicola quasi del tutto spersonalizzata di Alice in Wonderland, un film che ha sbancato al box-office, ma senza fare breccia nei cuori dei fan di Tim. Si tratta di quel mix di horror e commedia di cui sopra, del suo strizzare l’occhio all’horror e a una serie cult dell’adolescenza del regista, e del suo fedelissimo attore feticcio Johnny Depp.

Colui che è stato Edward, Ed Wood, Willy Wonka, Ichabod Crane, Sweeney Todd e il Cappellaio matto, non poteva mancare anche in questa nuova opera burtoniana, nella doppia veste di attore protagonista e produttore. Così come era scontata la presenza di Helena Bonham Carter in un ruolo quasi da caratterista, marginale ma incisivo. Nel resto del cast si sentono fortissime eco vintage del repertorio di Burton. C’è Michelle Pfeiffer (Batman il Ritorno), c’è Christopher Lee (Il Mistero di Sleepy Hollow, La Sposa Cadavere, Alice in Wonderland), e c’è Eva Green, che pur non avendo mai lavorato precedentemente con Tim Burton ha un’inquietante somiglianza con Lisa Marie, ex compagna del regista presente in Ed Wood, Il Mistero di Sleepy Hollow, Mars Attacks! e Planet of the Apes.

C’è poi una Chloe Grace Moretz che si candida a diventare interprete di lungo corso dei film di Burton. La sua prova è magistrale, in un ruolo che sembra cucito su misura per lei, border line con la follia pura, in contrasto così netto con il volto d’angelo di una delle ragazzine più promettenti di Hollywood.

Più horror che commedia (l’impressione che il lato comico perda molto nell’adattamento e nel doppiaggio è fortissima), Dark Shadows non è un capolavoro, ma ha al suo interno elementi estremamente interessanti. Con un’ottima regia e una fotografia che rasenta la perfezione (soprattutto nel cupissimo prologo). Certamente da vedere per chiunque voglia ritrovare il buon vecchio Burton.

The Avengers, una squadra molto speciale

26 Apr

20120426-114931.jpg

Benedetto sia per sempre chi ha inventato Tony Stark e l’ha fatto ironico, sarcastico, arrogante ed egocentrico. Se il minestrone di supereroi Marvel di The Avengers funziona, il merito è soprattutto dell’ingrediente Ironman. Accanto a lui, interpretato come sempre da un ispiratissimo Robert Downey Jr, anche la scialba retorica nazionalista e militarista di Capitan America (Chris Evans) e la magniloquenza aristocratica di Thor (Chris Hemsworth) risultano meno stucchevoli.

Ironman non è protagonista in senso stretto, ma è senza dubbio il collante perfetto del gruppo. Le sue battute sono le più divertenti del film, come quando chiede a un Capitan America prigioniero di un anacronismo molto ben reso, come possa essere così in forma nonostante sia nato circa un secolo prima: “Qual è il segreto, Pilates?”. O come quando allo stesso eroe a Stelle e strisce che prova a frenarne la carica sostenendo la necessità di “un piano d’attacco”, lui risponde: “Io ho un piano: attacco!”.

E questo è Tony Stark, questo e molto di più, perché dopo tutto, come lui stesso spiega, sotto l’armatura resta pur sempre “Un genio, miliardario, playboy, filantropo”. L’Ironman di Joss Whedon, inserito in un contesto corale, è anche migliore delle prime due apparizioni da solista, ma The Avengers non è tutto qui.

Il film è un mix riuscitissimo di azione e comicità, tra dialoghi taglianti e inquadrature spettacolari, combattimenti mai banali esaltati da un 3D superbo, con livelli di realismo mai raggiunti prima, e un villain di gran classe. Loki è meno stratega e più rancoroso che in Thor, ma fa pur sempre la sua figura. Merita senza dubbio una citazione anche l’Hulk di Mark Ruffalo, senza dubbio il più riuscito della serie. Il gigante verde si fa attendere non poco prima di fare la sua comparsa, ma ne vale davvero la pena. Lo scontro con Loki, il modo e la battuta con cui lo liquida sono destinati a diventare cult, così come l’ordine impartitogli da Steve Rogers prima dell’attacco finale. Capitan America pianifica la strategia, dà a tutti un compiti preciso, poi arriva Hulk e gli dice semplicemente: “Hulk, spacca”.

È tutto questo a rendere The Avengers il miglior cinecomic finora sfornato dalla Marvel, nonstante la presenza di due personaggi un po’ più insipidi come Vedova Nera (Scarlett Johansson, già presente in Ironman 2) e Occhio di Falco (Jeremy Renner), ai quali manca un background approfondito come quello degli altri quattro eroi. E non è finita qui, perché nel finale Nick Fury (Samuel L. Jackson), capo dell’agenzia segreta S.h.i.e.l.d. e vero e proprio demiurgo della squadra, lascia tutti con una promessa: “I vendicatori torneranno perché e avremo bisogno”. Promessa o minaccia, perché il rischio di rovinare un’opera davvero azzeccata e piuttosto forte.

Uomini che odiano le donne: Usa-Svezia 1-1

10 Feb

Mikael Blomqvist lascia il tribunale sotto la pioggia battente di Stoccolma, sconfitto da Hans-Erik Wennerstrom, condannato per diffamazione, circondato dai colleghi sciacalli che cercano di strappargli una dichiarazione, traboccanti di un mal celato sadico piacere e di invidia repressa. Ci crediate o meno, per un giornalista, la sequenza iniziale di Millenium-Uomini che odiano le donne è la più spaventosa di tutto il film, l’incubo in cui nessuno vorrebbe mai ritrovarsi. Stesso identico inizio del libro di Stieg Larsson, stesso del film svedese diretto da Niels Arden Oplev, ma David Fincher (Seven, Fight Club, The Social Network) ci aggiunge comunque qualcosa, come per tutta la pellicola.

Nella versione americana c’è più tensione, più suspense, merito anche di una colonna sonora azzeccatissima. È più thriller e meno noir. Fincher vince la partita sotto il profilo della regia, della fotografia, dell’atmosfera e della durezza delle immagini. Le scene di stupro hanno una forza spaventosa, e non sono le uniche. La struttura è pressoché identica, fedelissima al romanzo salvo che in alcuni piccoli dettagli (variazioni fastidiose forse proprio perché non se ne capisce l’utilità), a fare la differenza sono luci, colori, scenografie, inquadrature.

Il punto del pareggio per la Svezia lo segnano gli attori. Rooney Mara (The Social Network) è brava, certo, anche molto, ma è meno “Lisbeth” di Noomi Rapace. La sua interpretazione può valere una nomination agli Oscar, ma difficilmente le porterà la statuetta. Daniel Craig (Casino Royale, Quantum of Solace) è il solito, completamente inespressivo, monocorde, incapace di trasmettere emozioni anche in ruolo che sembrava cucito apposta per lui. Non esprime paura quando è in pericolo, né piacere durante un rapporto sessuale, vince in sex appeal, ma perde nettamente il derby dell’intensità con Michael Nyqvist, suo omologo svedese, decisamente più credibile nel ruolo del reporter combattuto tra la deontologia professionale e un personalissimo senso di giustizia.

In fin dei conti i due film pareggiano, e l’operazione di restyling cercata da Fincher funziona solo a metà. Resta poi un’amara considerazione: quando il momento più alto di un film è toccato dai titoli di testa (vera opera d’arte quelli di Millenium-Uomini che odiano le donne), evidentemente qualcosa non ha funzionato.

 

Margaret Tatcher, la Lady di ferro che commuove

6 Feb

Premessa e piccolo sfogo personale: i miei piani erano quelli di andare a vedere “Hugo” ma purtroppo i biglietti erano praticamente esauriti. Poco male, perché nei programmi miei e di Francesca c’era anche “The Iron Lady”. Quello che trovo scandaloso, e che ci ha rovinato non poco la serata, e che un multisala nel pieno centro di Milano, appartenente alla più importante catena presente in Italia, non abbia una sala e delle sedie su cui fare aspettare al caldo i propri clienti. A conti fatti abbiamo passato 40 minuti in piedi e al freddo, nell’attesa che si potesse accedere alla sala. Così ho scoperto che i cinema di Cagliari sono più accoglienti di quelli di Milano.

20120206-110108.jpgQuando sullo schermo appare Meryl Streep per la prima volta, si ha l’impressione di aver sbagliato sala. Un po’ perché quella signora avvolta in un foulard, che chiede quanto costa il latte mentre guarda la prima pagina del giornale, assomiglia più alla regina Elisabetta che a Margaret Tatcher, un po’ perché ha un’aria confusa e smarrita che la fa sembrare tutt’altro che di ferro.

In effetti The Iron Lady, biopic di Phyllida Lloyd (Mamma Mia!) sul primo ministro che ha cambiato il Regno Unito, gioca molto sull’ambiguità e sul doppio profilo di Margaret Tatcher. Da un lato il politico tutto d’un pezzo, carismatico, autorevole e autoritario, dall’altra la donna, prima giovane e sognatrice, poi anziana e visionaria, preda di una malattia che, unita alla solitudine, ne segna gli ultimi anni di vita.

Così, pur nella sua imperfezione, il film ci restituisce la dimensione umana di quella che, piaccia o meno, è stata la donna più influente del XX secolo, capace di imporsi in un mondo estremamente maschilista, come nessuna aveva mai fatto prima. The Iron Lady arriva a commuovere profondamente (Francesca ha pianto dal primo all’ultimo minuto), sebbene non taccia affatto degli aspetti nefasti degli oltre 11 anni di governo Tatcher. Il continuo camminare sul confine tra contemporaneità e flash-back, reso estremamente labile dalla malattia della protagonista, e la spasmodica ricerca di un’obiettività storica nell’analisi delle dure scelte politiche della Tatcher, rendono The Iron Lady, un buon biopic, lontano dall’agiografia, così come da uno sterile stile documentaristico.

Sotto il profilo squisitamente cinematografico spiccano le eccelenti interpretazioni di una Meryl Streep giunta alla diciasettesima nomination personale agli Oscar, e di un Jim Broadbent (Harry Potter e Moulin Rouge) ironico e intenso nel ruolo del marito/fantasma Denis Tatcher. Il resto rimane piuttosto ordinario, dalla regia alla fotografia, con una nota di merito per il trucco.

Oltre la sufficienza, ma non di molto, certamente migliore di un J. Edgar qualunque, ma non sui livelli di Mamma Mia! (tanto per non cambiare regista) o di The Queen (tanto per non cambiare ambientazione. The Iron Lady si fa guardare, ma si poteva fare di più.

Arriva Machete, si salvi chi può!

22 Apr

Metti che “provi a fregare il messicano sbagliato”, con la faccia e le cicatrici da galeotto di Danny Trejo (lo è stato per davvero) e una sceneggiatura scritta da Robert Rodriguez. Metti che ti vada male, e che lui viva per anni nel pensiero della vendetta. Metti che poi, il messicano sbagliato, incontri due connazionali tanto pericolose quanto sexy a dargli una mano.

Machete è Rodriguez all’ennesima potenza, più sanguinario di Dal Tramonto all’Alba, più epico di Planet Terror, più Pulp di Sin City e solo un po’ meno messicano della trilogia del Mariachi. È, nella migliore tradizione Rodrigo-Tarantiniana, cinema di exploitation e satira sociale e politica, in un totale ribaltamento dei ruoli in cui i cattivi sono buoni e i buoni sono cattivi. Una dicotomia invertita interpretata perfettamente da Danny “Machete” Trejo, rozzo, violento ma dalla parte del popolo, e Robert “McLaughlin” De Niro, elegante e benestante senatore dello stato del Texas, prototipo del repubblicano di ultima generazione, quella della xenofobia dei Tea Party e di Sarah Pallin.

McLaughlin promette di bloccare l’immigrazione dal Messico alzando una vera e propria barriera al confine, Machete, Luz (la leggendaria eroina She che sa tanto di Guevara interpretata da Michelle Rodriguez) e l’agente Sartana (federale dalle ascendenze messicane con tanta voglia di tornare alle origini e il volto e il corpo di Jessica Alba), faranno di tutto per impedirglielo. Il tutto mentre il narcotrafficante Rogelio Torrez (un imbolsito Steven Seagal) flirta col senatore nella convinzione che Machete sia ormai scomparso.

Esasperato nella violenza e nelle scene di sesso, Machete è stato girato a furor di popolo dopo che Rodriguez ne fece vedere un finto trailer in Grindhouse. E a ben vedere il popolo ha avuto ragione e ha ottenuto ciò che voleva. Summa perfetta dell’arte estrema di uno degli ultimi cineasti ancora in vita, che tra uno Spy Kids e l’altro riesce ancora smentire chi lo vorrebbe imborghesito dal verde delle colline di Hollywood. Un film da vedere assolutamente e se è possibile da assaporare anche in lingua originale, quel minestrone di inglese-texano, spagnolo-messicano e spanglish dannattamente incomprensibile ma che è pilastro portante della narrazione. Ottima prova Robert, noi ti vogliamo così!

Come un calcio nel sedere!

10 Apr

Kick Ass è esattamente quello che il titolo ti promette. Un calcio nel sedere, ben assestato e improvviso. Ti sorprende e ti fa male, fin dalla prima geniale scena. Qui in Italia abbiamo dovuto attenderlo a lungo, ma ne è valsa la pena.

Forte come un film di Tarantino, divertente come una commedia ben scritta e ben diretta. Kick Ass si diverte a parodiare film e fumetti sui supereroi pur rispettandone perfettamente i canoni. Dave Lizewski (Aaron Johnson) è un Peter Parker all’ennesima potenza, ancora più sfigato perché non trova nemmeno un ragno radioattivo che lo morda e gli passi dei super poteri, uno che attrae l’attenzione della ragazza dei suoi sogni solo perché lei è convinta che sia gay. Big Daddy (Nicholas Cage) è una specie di Batman psicopatico con una storia drammatica alle spalle e una vendetta da compiere nel futuro. Hit Girl (una straordinaria Chloe Moretz già pronta per Kill Bill vol. 3) una bambina educata alla guerra e alla violenza, cresciuta a colpi di pistola sparati in petto (con tanto di giubbotto antiproiettile addosso) e con regali di compleanno decisamente atipici per una undicenne. Papà e figlia sono così matti da far sembrare normale Dave, che diventa Kick Ass nella convinzione che “per creare un supereroe non servono super poteri, ma solo una perfetta combinazione tra ottimismo e ingenuità”.

Indimenticabili le scene di combattimento, in particolare quella finale resa ancora più tarantiniana dalla colonna sonora firmata Morricone e proveniente da Per Qualche Dollaro in Più. La verità è che nessuna parola potrà prepararvi a quello che vedrete. Solo due cifre, 10, solo tre lettere, wow!

Sucker Punch, bamboline letali

27 Mar

Non sarà un capolavoro, ma Sucker Punch porta una ventata di freschezza e novità nel panorama del cinema mondiale. A renderlo, a suo modo speciale, ci pensa Zack Snyder, che prima scrive una storia che pur essendo totalmente folle è semplice da seguire, e poi la dirige con quelle inquadrature, quei movimenti di macchina e quegli effetti speciali a cui il regista di 300 e Watchmen ci ha abituato.

Sucker Punch è tanti generi insieme. Drammatico (non troppo convincente), azione, fantasy e fantascienza, pulp, musicale. È Matrix che flirta con Transformers, La Foresta dei Pugnali Volanti che ammicca a Il Signore degli Anelli, con una protagonista femminile come la sposa di Kill Bill (ma le affinità con il capolavoro di Tarantino si fermano a questo e a una katana), e altre quattro terribili ragazze che lo avvicinano ad altri film di genere come il cult Faster Pussycat Kill Kill, o il più recente A Prova di Morte (ancora Tarantino, sì).

Tra robot, spade, pistole e draghi giganti, spettacolari battaglie aeree fatte di biplani, elicotteri e zeppelin, Sucker Punch colpisce dritto allo stomaco dello spettatore (un po’ meno al suo cuore), con immagini di una forza impressionante, figlie di scenografie da Oscar e di una fotografia di altissimo livello. Snyder racconta coi dettagli e con il solito sapiente uso della carrellata ottica e del rallenty: così un bottone strappato da una camicia che oscilla sul pavimento e la cenere che si stacca da un sigaro e cade sulla scarpa di un sindaco grasso e viscido, raccontano violenza e stupore meglio di quanto farebbero sangue e parole.

Resta l’impressione che qualcosa manchi, soprattutto a livello emotivo, anche se il finale sembra parzialmente riscattare il film anche sotto questo profilo. Quando Baby Doll (Emily Browning), da letale bambolina, si trasforma in una ragazza fragile e generosa, e ogni pezzo del puzzle trova il suo posto rendendo chiaro il disegno di Snyder.

Eroi ed eroine quasi veri

19 Mar

Usciranno a una settima di distanza l’uno dall’altro e c’è chi è pronto a scommettere sul loro successo. Certo Kick-Ass e Sucker Punch proprio normali non sono. Il primo, diretto da Matthew Vaughn, è un fumetto pulp con dei supereroi che se le suonano di santissima ragione. Dove sta l’elemento di novità? Hit Girl (Chloe Moretz), quella che ne da di più in assoluto, ha 14 anni e viene istruita dal padre a menare come un fabbro e sparare come un cowboy. Per questo motivo la commissione di censura l’ha di fatto ostracizzato, limitandone la visione a un pubblico adulto e allontanando le case di distribuzione da una pellicola straordinariamente originale. Così ad Astana l’hanno visto prima che a Roma e a noi toccherà aspettare il primo aprile. La violenza è sicuramente un elemento portante della trama del film, ma il suo punto forte sembra essere l’ironia. Kick-Ass (Aaron Johnson) è semplicemente un ragazzo piuttosto imbranato e sfigato, che per dare una svolta alla sua vita si reinventa supereroe e non si da per vinto nemmeno di fronte alle prime batoste. Sarà l’incontro con Big Daddy (Nicholas Cage) e Hit Girl, due supereroi professionisti, a trasformare il gioco in una vera e propria missione.

KICK-ASS TRAILER

Il 25 marzo è invece il giorno dell’uscita di Sucker Punch, ultima fatica di Zack Snyder (300, Watchmen, Il Regno di Ga’Hoole). Si tratta di un’avventura drammatica e visionaria, che mescola elementi realistici ad altri fantastici, con un montaggio e una fotografia che dal trailer sembrano essere rigorosamente degni di nota. La storia è quella di Baby Doll (Emily Browning) , una ventenne degli anni ’50 che viene portata in manicomio dal padre perché sia lobotomizzata. Baby Doll decide di ribellarsi e di fuggire dalla sua prigione con le sue amiche detenute. Sucker Punch è una scommessa, e lo stesso regista ne è consapevole a giudicare dalle sue dichiarazioni: «La cosa più folle che abbia mai scritto, una specie di Alice nel Paese delle Meraviglie con le mitragliatrici». Snyder fa ancora una volta il funambolo sul sottilissimo filo che separa il capolavoro dalla boiata pazzesca. Per scoprire quale dei due lati accoglierà il papà di Leonida basterà andare al cinema, nel frattempo Sucker Punch ha già qualcosa di straordinariamente bello, i manifesti.

GUARDA I MANIFESTI DI SUCKER PUNCH
GUARDA I RETRO POSTER DI SUCKER PUNCH

SUCKER PUNCH TRAILER

Un western e qualcosa di più

25 Feb

L’ambientazione e la collocazione cronologica sono quelle classiche del genere, ma Il Grinta è molto più di un western: è un film dei Coen. E come ogni film dei Coen che si rispetti esplora i meccanismi attraverso i quali operano le relazioni umane. I tre personaggi centrali della storia non potrebbero essere più distanti tra di loro per storie e personalità, ma alla fine restano legati da un’amicizia che li accompagnerà fino alla tomba.

Potere di un’esperienza, una sola, vissuta insieme, tra accesi scambi di opinione e litigi capaci di far nascere e crescere una stima reciproca che sopravviverà anche quando i tre, inevitabilmente, non si vedranno più.

E il bello è che a fare da collante sia una quindicenne dalla sagacia e dalla perseveranza straordinarie, talmente convinta di voler vendicare la morte del padre da dimenticarsi di essere solo una ragazzina e da riuscire a imporre la proprio personalità su due sceriffi grandi e grossi. Hailee Steinfeld è semplicemente straordinaria, meriterebbe l’Oscar e potrebbe vincerlo. Credibile in un ruolo che sarebbe difficile anche per un’attrice ben più matura di lei e bellissima nella sua giovanissima età. Lontana dall’essere eclissata dalla presenza al suo fianco di mostri sacri come Matt Damon e, soprattutto Jeff Bridges, sembra invece esaltarne le qualità.

I tre trovano un’armonia perfetta nel corso del loro viaggio, iniziato tra mille perplessità e diffidenze e concluso con un atto di altruismo che svela il lato più tenero e nascosto dell’implacabile sceriffo Cogburn. I due cowboy si inchinano di fronte alla straordinaria maturità della bambina che li accompagna, come Bridges e Damon applaudono alla bravura della piccola attrice che recita con loro. Il tutto sotto la lente di ingrandimento di due sociologi come Joel e Ethan Coen. Stupendo!

Il tradimento all’inglese di Stephen Frears

22 Gen

No, decisamente no. Le commedie non sembrano proprio essere il genere meglio riuscito di Stephen Frears. Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese prometteva bene: regista in gamba e famoso, humour britannico a profusione, un precedente letterario (la graphic novel di Posy Simmonds) di grande successo. Gli ingredienti, sulla carta, ci sono tutti. Eppure, la miscela del cocktail in qualche modo non è riuscita.

La storia ruota intorno al ritorno di Tamara Drewe (la splendida Gemma Arterton) al villaggio campagnolo della sua adolescenza. Ex brutto anatroccolo ed ex nasona, ora giornalista trasformata in silfide da una rinoplastica, Tamara rende incandescente l’atmosfera del quieto paesino e soprattutto del buen retiro per scrittori che confina con la sua proprietà. Destreggiandosi ta più amanti e facendo girare la testa a molti, scatena una girandola di corna di sapore settecentesco (che Frears avesse nostalgia del suo Le relazioni pericolose?).

Ma le copule bucoliche e la serie di intrighi che ne deriva non convincono del tutto. Le battute sono un po’ fiacche e spesso inutilmente scurrili, le scene si susseguono un po’ troppo rapidamente e i personaggi (tanti, forse troppi) non sono molto approfonditi a livello psicologico. Persino l’unico colpo di scena del film lascia un po’ interdetti, appiccicato com’è al prevedibile happy ending.

Ora, non fraintendetemo: il film è godibile e le quasi due ore di pellicola scivolano via gradevolmente. Forse se la regia fosse firmata da un giovane esordiente il mio giudizio sarebbe più positivo. Ma da Frears, mi dispiace, il cinema ha ancora il diritto di pretendere di più.