Archivio | i nostri cult RSS feed for this section

Per la quarta volta urlo “Bravo Wes”

23 Set

20110923-121529.jpg

Finalmente ho visto Scream 4, e devo ammettere di averlo fatto con un colpevole ed eccessivo ritardo per un cultore del genere e della saga. Ed è stato un po’ come incotrare un vecchio amico dopo 10 anni. Ma mentre può capitare che quell’amico ti riappaia con qualche ruga di troppo o, peggio ancora, con la pelle stirata da lifting e botox alla ricerca disperata della gioventù perduta, per la saga di Craven non è così. Stesso impianto narrativo, stessa sottile ironia, stessi richiami al genere horror in continuo equilibrio tra l’omaggio e lo sberleffo.

Scream non invecchia mai, e non ha bisogno di ridicoli giovanilismi per sembrare ancora nuovo. Anzi, la rughe sul volto di una Sidney Prescott (Neve Campbel) che torna a Woodsboro per scacciare i vecchi incubi, ricascandoci in pieno e portando con sé la solita sfiga da “Jessica Fletcher”, sembrano essere il valore aggiunto del film, l’elemento che ti fa pensare “Valeva la pena di aspettare 10 anni”.

L’horror che racconta gli horror. Il film dentro al film (la saga di Squartati, che nel frattempo è giunta al settimo capitolo aggiungendo elementi fantastici e modernisti presentati da Craven come ridicoli). Il bello e il brutto di un genere che degenera tra “mostri, alieni e fantasmi di bambini giapponesi”, e tentativi di remake spesso pacchiani e fallimentari. Il richiamo alle regole dell’horror, che si evolvono al punto che nemmeno le vergini sono più al sicuro, ma solo gli omosessuali. Senza dubbio una delle esperienze più metacinematografiche di sempre.

La bravura di Craven sta proprio nel non tradire l’originale, errore compiuto invece dal nuovo Ghostface e messo in evidenza dalla solita immortale Sidney (consentitemi questo piccolo spoiler, ma d’altra parte non poteva essere altrimenti). E allora ecco che Linus (David Arquette), nonostante sia diventato sceriffo, rimane sempre il solito poliziotto di provincia, ingenuo e pasticcione. Ecco che Gale (Courtney Cox), sebbene abbia rinunciato allo scoop per amore, ritrova la sua voglia di protagonismo e il suo egocentrismo.

Ma sebbene tutto ricordi il primo capitolo della saga, e gli omicidi sembrino un remake degli originali, tutto riesce a stupire, fornendo continui colpi di scena e nuovi spunti di riflessione. Un’altra bella lezione del maestro.

Bitch Slap, le superdotate che fanno il verso a Tarantino

8 Ago

Tre iper maggiorate perse nel deserto, che le danno, le prendono e se le danno di santa ragione. Sempre l’ennesima variazione sul tema di Faster Pussycat Kill Kill, il cult di Russ Meyer che quando uscì nel 1965 fece tanto rumore, segnando un punto di riferimento incancellabile per  il cinema d’exploitation. Bitch Slap si inserisce sulla recente ondata di omaggi al genere, riscoperto da Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, ma a Rick Jacobson mancano completamente dell’eleganza del primo e della ferocia del secondo.

L’ingenua e sciocca spogliarellista Trixie (Julia Voth), la folle assassina Camero (America Olivo), e la gelida e razionale leader del trio Hel (Erin Cummings), sono così stereotipate da far assomigliare il film a una parodia. La recitazione approssimativa e la fotografia appena abbozzata non rendono giustizia a un genere che è sì di puro intrattenimento ma che ha spesso regalato virtuosismi d’autore. Le partecipazioni di Kevin Sorbo (l’Hercules della tv) e di Michael Hurst (che nella stessa serie interpretava Iolao, il fraterno amico dell’eroe semidivino) certo non alzano il livello della qualità della pellicola.

Il continuo ricorso al flash-back non riesce nell’intento di rendere più avvincente una narrazione con più di qualche buco, appesantendola ulteriormente e spezzando spesso il ritmo di sequenze d’azione vivaci. Del resto il film è una raccolta di tutto ciò che può essere compreso nella categoria delle fantasie erotiche più banali e scontate. Continui ammiccamenti sessuali più o meno espliciti, secchiate d’acqua su vestiti che definire tali sarebbe generoso, richiami al nunsploitation e, culmine del climax, una bollente (si fa per dire) scena lesbo che svela un intricato triangolo amoroso tra le tre protagoniste. Non mancano comunque i colpi di scena e gli spunti interessanti, come il manuale sfogliato in due scene da Hel, dal titolo “Slutty bitches in post feminist America” (Puttanelle nell’America post feminista), o alcuni sfondi disegnati che, insieme all’uso frequente della tecnica dello split screen, danno al film un’atmosfera fumettistica richiamata dalla stessa locandina. I titoli di testa, una sorta di medley delle più importanti produzioni sul genere, sono un autentico capolavoro.

In definitiva Bitch Slap è brutto, ridicolo e pieno di luoghi comuni, ma proprio per questi motivi si lascia guardare, basta avere lo spirito giusto. Per niente noioso resta l’ideale per una serata leggere, meglio se esclusivamente maschile, con tanto di pop-corn, birra e rutto libero.

Trainspotting in endovena

22 Ott

Tutti abbiamo la nostra droga. Mark Renton si fa le pere di eroina, io mi faccio le pere di Mark Renton. Trainspotting è la mia eroina. Se qualcuno mi dicesse che devo andare in capo al mondo e con me posso portare solo un film non avrei dubbi su cosa scegliere.

L’avrò visto una decina di volte eppure ne ho sempre voglia. Non mi stanca mai, non mi annoia mai, anche se conosco i dialoghi e le scene praticamente a memoria. E non è tanto per la storia più o meno edificante di un ragazzo che riesce ad abbandonare il suo tremendo vizio, costruirsi una vita normale nonostante tutto, mentre quello che era stato il suo mondo gli si sgretola intorno. Non è semplicemente per quel finale geniale e nemmeno solo per i due famosissimi monologhi di Rent sulla vita.

Credo che sia piuttosto per la straordinaria interpretazione di Ewan McGregor (la migliore della sua carriera), per la forza dei personaggi secondari (se secondari possono essere definiti Spud, Sick Boy e Begbie), per i colori e le immagini con cui Danny Boyle è riuscito a dare forma e vita alle parole di Irvin Welsh.

Trainspotting (il film) è uno dei rarissimi casi in cui la trasposizione cinematografica riesce a superare in bellezza il romanzo da cui è tratta. Gli episodi narrati da Welsh assumono, nella sceneggiatura di John Hodge, la forma coerente di un corpo unico, con un inizio e una fine della narrazione. Scene come quella di Rent che va alla toilette (“la peggior toilette della Scozia”), o come quella della sua disintossicazione, per me non hanno eguali. Sinceramente però, mi risulta difficile indicare un’unica scena tra le tante della pellicola.

È come se dentro quel grande capolavoro che è Trainspotting, Bolyle avesse disseminato tanti piccoli capolavori di immaginazione che rendono leggera e divertente (esilarante, a tratti, come quando Spud fa “colazione” a casa della fidanzata) la trattazione di una tematica pesante come la tossicodipendenza.

Così, ogni volta che lo riguardo, è come se anche io, per un po’, diventassi uno degli amici di Rents, mi trovassi in un pub scozzese durante il Festival di Edinburgo, seduto al tavolo con un pazzo che fa volare bicchieri di birra dal piano di sopra a quello di sotto, oppure in aperta campagna a sentire le urla di Mark che esprime tutta la sua rabbia e la sua frustrazione per essere nato e cresciuto in Scozia.

Mark Renton si fa di eroina, io mi faccio di Mark Renton, con la differenza che lui è riuscito a smettere, io proprio non ce la faccio. E, detto fra noi, la cosa non mi turba più di tanto, perché non credo che questa mia dipendenza possa logorarmi, appiattire le mie cellule cerebrali o infiacchire il mio fisico. Non si muore per abuso di ottimo cinema, non si muore di overdose da Trainspotting.

“Nell’immenzidà”… Straziami ma di baci saziami

19 Ott

Straziami ma di baci saziami”… Non è solo un famosissimo verso del tango  Creola del 1926, ma è anche il titolo di una fortunata commedia di Dino Risi del 1968. Sceneggiato al meglio dal duo Age e Scarpelli, il film ripropone in chiave cinematografica un romanzo d’appendice ottocentesco, con tutti gli intrighi, i colpi di scena, le lacrime e i palpiti del caso.

Marino (Nino Manfredi) e Marisa (Pamela Tiffin), lui ciociaro e lei marchigiana, si incontrano per caso a una rassegna di balli tipici regionali. I due si innamorano, s i fidanzano ma sono poi separati da un colpo gobbo del destino. Si ritroveranno a Roma, dove Marisa ha sposato nel frattempo un sarto sordomuto, interpretato da un divertentissimo Ugo Tognazzi in stile Marcel Marceau.

Novelli Renzo e Lucia, i due protagonisti si muovono con campagnola ingenuità in una metropoli a loro estranea, riproponendo il tema del paesano inurbato. Lo stesso Risi li aveva definiti così: “Marino e Marisa sono due stupidi che vivono citando i versi, non di Leopardi, ma di Mogol e Vito Pallavicini, i grandi parolieri delle canzonette italiane utilizzando fra l’altro un linguaggio storpiato da un generico idioma campagnolo centroitalico (con vaghe risonanze piceno-maceratesi)”.

Meno nota, forse, di tante altre commedie del periodo e anche del regista milanese (pensate solo a Il sorpasso o I mostri), Straziami gode comunque della verve di due grandi mattatori che sfruttano appieno le proprie doti comiche (Manfredi aveva esordito in televisione proprio con il personaggio del ciociaro che lo aveva reso famoso in tutta Italia). Un inno al kitsch in technicolor, fortemente (auto)ironico.