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Imago mortis

11 Ott

Che l’horror italiano sia inesistente, è un dato di fatto. Finiti i gloriosi anni settanta, e con loro le opere dei vari Argento, Bava, Fulci, i film de paura sembrano non interessare più i cineasti nostrani. Eppure, c’è un gioiellino uscito nelle sale un anno fa che è stato ingiustamente sottovalutato.

Imago mortis, di Stefano Bessoni, racconta la storia di una fantomatica macchina, il Tanatoscopio, precursore della tecnica cinematografica. Creato nel XVI secolo da uno scienziato, il Tanatoscopio riesce a riprodurre su lastra l’immagine fissata nella retina di una persona morente, estraendola direttamente dai bulbi oculari. L’apparecchio maledetto viene ritrovato da Bruno Marquez, uno studente dell’immaginaria scuola di cinema Murnau, con tutti gli orrori che ne conseguono.

Il film si ispira chiaramente ai grandi cult horror del passato, soprattutto ai classici di Dario Argento come Suspiria, del quale riprende l’idea di un collegio isolato (là di danza, qui di cinema) funestato da morte e misteri, e retto da professori che non la raccontano giusta (tra i quali spicca Geraldine Chaplin).

Con un grande piacere della narrazione, Bessoni si sofferma sui dettagli visivi e sui piccoli particolari della storia, partendo da pochi elementi per ottenere un intrigo tutto sommato semplice ma accattivante. Le scene veramente splatter sono poche; tutta la paura è lasciata all’atmosfera.

È un peccato che, per una volta tanto che il cinema italiano rispolvera un genere che lo aveva reso famoso in passato, nessuno se ne accorga. Avevo letto quasi solo critiche negative ed ero rassegnata ad aver sprecato i soldi del noleggio. Invece, Imago mortis è davvero un soffio d’aria fresca in un panorama dominato solo da commedie insulse e polpettoni drammatici.

L’uomo nell’ombra

8 Ott

Forse non immaginiamo che ogni volta che sentiamo un politico parlare dietro al suo discorso c’è la mano di un ghostwriter, un autore pagato per scrivere libri o articoli che recheranno la firma di un altro. Questo è lo spunto di L’uomo nell’ombra, l’ultimo film di Roman Polanski, una spy story di sapore hitchcockiano tratta dall’omonimo romanzo di Robert Harris.

Ewan McGregor è The Ghost, un ghostwriter di cui non sapremo mai il nome ingaggiato per mettere mano alle memorie di un ex primo ministro inglese – un Tony Blair nemmeno troppo velato, interpretato da Pierce Brosnan. Ma quello che sembra un lavoro prestigioso e remunerativo si trasforma presto in un intrigo internazionale che inghiotte il giovane scrittore.

La prima cosa che colpisce de L’uomo nell’ombra sono senza dubbio le location. Girato quasi interamente su un isolotto al largo di New York, il film sfrutta l’ambientazione claustrofobica e la natura selvaggia del luogo per  rendere il senso di prigionia che incatena il protagonista.

Sembra proprio che Polanski abbia voluto rifarsi ai grandi film di spionaggio degli anni quaranta, quei puzzle dove i pezzi si ricompongono piano piano e l’adrenalina non sale, regalando un piacere tutto cerebrale. E infatti non si è mai in tensione guardando il film, il cuore non balza mai in gola seguendo le sorti di The Ghost.

È una precisa scelta registica che può piacere o meno, e di sicuro non penalizza il film. Il punto debole è forse dato da qualche piccola incongruenza nella storia, che scorre lenta per quasi un’ora e mezza, e poi accelera all’improvviso risolvendo l’enigma in maniera troppo affrettata. E lo spettatore rimane forse un po’ disorientato, chiedendosi allo scorrere dei titoli di coda: ma qual è il punto della storia?

Per fare Woodstock ci vuole…un cinese!

6 Ott

Tutti conoscono Woodstock. Non la cittadina dello stato di New York, ma il grandissimo festival che da questa ha preso il nome. Non tutti sanno invece che quel festival non si tenne a Woodstock ma a Bethel, anch’essa nello stato di New York, a 69 chilometri di distanza da Woodstock, e che lì ci arrivò per caso.

Raccontare come il più grande festival del rock, che ha ospitato centinaia di migliaia di persona, si sia svolto in un piccolo paese di campagna che conta ora tra i 4000 e i 5000 abitanti, già di per sé può sembrare una storia paradossale, per quanto vera, se poi a raccontarci dell’apice del movimento hippy è un regista cinese, a quel punto il paradosso assume proporzioni notevoli.

E invece Ang Lee, con Motel Woodstock (Taking Woodstock) riesce a trasmettere emozioni senza perdere di credibilità nella narrazione di un evento storico. Racconta gli hippy uscendo dalla retorica buonista e dai luoghi comuni dei benpensanti. Parla di ragazzi che provenivano spesso da famiglie della medio-alta borghesia americana, che amavano il divertimento, il sesso e la droga, ma che erano spinti da ideali forti e da una voglia di condivisione della vita col prossimo che probabilmente non ha avuto eguali nella storia dell’umanità.

Racconta anche degli effetti che un evento di proporzioni mondiali poteva avere su una comunità piccola, rurale e conservatrice come quella che nel 1969 popolava Bethel, ma racconta soprattutto la storia del ragazzo che ebbe il coraggio di far entrare la sua cittadina nella storia del rock. Elliot Teichberg, un giovane ebreo legatissimo alla madre, bisbetica e imprevedibile, e al padre, incredibilmente buono e silenzioso. Tanto attaccato a loro da rinunciare a qualsiasi cosa, compresi tutti i suoi risparmi, per portare avanti lo scalcagnato Motel di famiglia, l’El Monaco. Ed è proprio per rilanciare El Monaco che Teichberg, scoperto che Walkill ha revocato il permesso per organizzare il festival, deciderà di ospitarlo nella sua città.

Per Elliot sarà una svolta, l’occasione per riscoprire se stesso e la vita, la miccia che farà scattare definitivamente quella voglia di indipendenza che lo allontanerà da Bethel e dai genitori e lo porterà sulla sua strada. Motel Woodstock vive di questo, ma anche di momenti comici divertentissimi, di colori, di musica, di gioia. È Woodstock allo stato puro.

Un cuore matto e molto country

4 Ott

La cosa migliore è che nella versione italiana il titolo non è tradotto, perché per un film che racconta la storia di un cantante country caduto in disgrazia e col colesterolo alto, sarebbe stato davvero troppo chiamarsi “Un cuore matto”.

Crazy Heart si inserisce nel filone da “Viale del tramonto” che ama raccontare storie di come dalla fama sia possibile cadere nell’oblio quasi completo, passando dai concerti nei palazzetti dello sport da più di diecimila posti ai live nei bar di paese, con qualche centinaio di ubriaconi che ancora ricordano le canzoni che tanti anni prima avevano regalato la fama e il successo.

Le somiglianze con The Wrestler, capolavoro di Darren Aronofsky, sono inquietanti, e almeno fino a 3/4 di film Crazy Heart non sembra aggiungere granché al genere, già di per sé poco originale. Dai problemi di salute del protagonista (in The Wrestler la colpa era degli anabolizzanti, qui dell’alcol e delle sigarette) fino al tentativo di recuperare il rapporto con un figlio troppo a lungo dimenticato, per finire con l’incontro con una donna speciale (la spogliarellista Marisa Tomei per il lottatore di Aronofsky, la giornalista Maggie Gyllenhaal per il musicista di Scott Cooper) una di quelle che ti possono cambiare la vita, in entrambi i film, guarda caso, madre single.

Lo stesso Jeff Bridges, autore di un’intensissima interpretazione che gli è valsa l’Oscar, non riesce a sostenere il confronto con il wrestler di Mickey Rourke. Eppure, nel suo finale, Crazy Heart riesce a smarcarsi da The Wrestler, a stupire lo spettatore, a commuovere con una storia edificante. E allora sì, si ha l’impressione che questo film aggiunga qualcosa al genere, come fosse un nuovo albero piantato sul Sunset Boulevard.

The road

3 Ott

Si potrebbe dire che un film basato su un romanzo di Cormac McCarthy parte sempre avvantaggiato (vedi Non è un paese per vecchi), eppure The road riesce a emanciparsi dal libro e a trovare una sua strada. Di sicuro, questo è un film che divide. Può piacere alla follia o essere bollato come “deprimente”, ma non lascia certo indifferenti.

La storia si apre in medias res. Il Padre (interpretato da uno straordinario Viggo Mortensen) e il Figlio sono in viaggio verso il sud, per cercare rifugio in un mondo post apocalittico di cui scopriamo i pezzi piano piano. Gli animali sono morti, le coltivazioni non esistono più, l’umanità rimasta si divide in prede e cannibali. L’unica speranza è sopravvivere.

Malgrado un trailer che non gli fa onore, The road non è affatto un film splatter né tanto meno il solito polpettone distopico. Le situazioni sono estreme e l’angoscia è palpabile, eppure il cuore del film è il rapporto tra padre e figlio, un amore che è quasi divino. Il bambino, infatti, è una sorta di Piccolo Buddha yankee: è “Dio”, come dice più volte il Padre, l’unico ad aver mantenuto un briciolo di umanità.

Il film alterna scene forti, in cui nulla viene spiegato e tutto è lasciato all’immaginazione dello spettatore con effetto ancora più disturbante, ad altre commoventi nella loro semplicità. La trasposizione risulta chiara anche a chi non ha letto il libro, vincitore del Pulitzer, nonostante la vicenda generale sia accennata per indizi. Forse non è un film per tutti, ma di certo lo è per chi sa trovare la bellezza anche dove sembra non esserci.

9 e lode!

1 Ott

“Tu sei come lui. Ti dimentichi di ricordare di aver paura”

Può il destino della terra essere rinchiuso in 9 bambolotti di pezza, grandi quanto un palmo di mano, e con un numero sulla schiena? La risposta è sì, se dentro di loro c’è tutto ciò che resta del bene e del male di cui è capace l’essere umano.

È questo il concetto che sta alla base di 9, lungometraggio animato diretto dal giovane regista Shane Acker e prodotto da Tim Burton, uscito in home video senza essere mai passato dalle sale cinematografiche. Ambientato in uno scenario post-apocalittico simile a quello creato dalla Pixar per Wall•E, il film racconta la storia di 9, il più evoluto della sua specie, il nono dei bambolotti creati da uno scienzato in fin di vita, inventore pentito della macchina che ha cancellato per sempre l’umanità e la civiltà dalla faccia della terra. E proprio l’arrivo di 9, coraggioso fino ai limiti dell’imprudenza, cambierà per sempre la vita del piccolo clan di pupazzi e forse di tutto il pianeta.

Grazie a lui, gli altri otto, scopriranno la loro origine e il loro scopo, combatteranno e vinceranno la battaglia contro le orribili bestie meccaniche che li insidiano dal giorno in cui sono venuti al mondo, vinceranno le proprie paure e impareranno ad essere una sola cosa tutti insieme.

9 ha qualcosa in più rispetto agli altri film d’animazione in CGI: ha l’anima! Sarà forse quel suo restare strettamente legato al cortometraggio originale, girato dallo stesso Acker al termine di un corso universitario di cinema, quelle piccole imperfezioni che restano anche nella versione lunga e high budget. Sarà il suo giocare in equilibrio tra la fantascienza, l’horror fantasy e il film d’azione (forse anche troppa, se gli si vuole trovare un difetto), o più semplicemente la straordinaria fantasia del suo creatore.

Ci voleva uno col fiuto di Tim Burton per scovare il talento di Acker. Un regista di cui sentiremo parlare ancora, c’è da starne certi, e che presto, magari, vedremo anche al cinema.

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