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Il tradimento all’inglese di Stephen Frears

22 Gen

No, decisamente no. Le commedie non sembrano proprio essere il genere meglio riuscito di Stephen Frears. Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese prometteva bene: regista in gamba e famoso, humour britannico a profusione, un precedente letterario (la graphic novel di Posy Simmonds) di grande successo. Gli ingredienti, sulla carta, ci sono tutti. Eppure, la miscela del cocktail in qualche modo non è riuscita.

La storia ruota intorno al ritorno di Tamara Drewe (la splendida Gemma Arterton) al villaggio campagnolo della sua adolescenza. Ex brutto anatroccolo ed ex nasona, ora giornalista trasformata in silfide da una rinoplastica, Tamara rende incandescente l’atmosfera del quieto paesino e soprattutto del buen retiro per scrittori che confina con la sua proprietà. Destreggiandosi ta più amanti e facendo girare la testa a molti, scatena una girandola di corna di sapore settecentesco (che Frears avesse nostalgia del suo Le relazioni pericolose?).

Ma le copule bucoliche e la serie di intrighi che ne deriva non convincono del tutto. Le battute sono un po’ fiacche e spesso inutilmente scurrili, le scene si susseguono un po’ troppo rapidamente e i personaggi (tanti, forse troppi) non sono molto approfonditi a livello psicologico. Persino l’unico colpo di scena del film lascia un po’ interdetti, appiccicato com’è al prevedibile happy ending.

Ora, non fraintendetemo: il film è godibile e le quasi due ore di pellicola scivolano via gradevolmente. Forse se la regia fosse firmata da un giovane esordiente il mio giudizio sarebbe più positivo. Ma da Frears, mi dispiace, il cinema ha ancora il diritto di pretendere di più.

Lo zio Boonmee per poco non ci fa addormentare

22 Ott

Altro che Inception! Se cercate un film veramente incomprensibile non lasciatevi sfuggire l’occasione di andare a vedere Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti. Film tailandese, diretto da Apichatpong Weerasethakul, racconta la storia di un uomo che, in punto di morte a causa di una grave insufficienza renale, ricorda le altre vite che ha vissuto.

La pellicola denota però alcune pesanti assenze, a cominciare proprio dalle vite precedenti del protagonista. Salvo la prima scena, che ritrae un bue (lo zio Boonmee in un’altra vita?), e un’altra, apparentemente fuori dal contesto, che narra la storia di una principessa triste e depressa per il suo aspetto fisico che decide di consolarsi intrattenendo un rapporto sessuale con un pesce gatto parlante, non vi è traccia delle esperienze terrene del nostro zio tailandese.

Gli elementi mistici poi si riducono a un fantasma (la moglie di Boonmee, morta 20 anni prima) e ad alcune scimmie pelosissime con gli occhi rossi, tra le quali spicca il figlio di Boonmee, scomparso ormai da 14 anni. Ah, già, c’è anche il pesce gatto stupratore parlante.

L’azione non esiste, ma non sarebbe un problema se il film avesse almeno un’ombra di sensatezza e una qualche efficacia visiva. Invece anche la fotografia, autentica fissazione per i cineasti orientali, risulta approssimativa, e si arriva all’apice dell’intellettualismo fine a se stesso quando sullo schermo si vedono scorrere una serie di fotografie decontestualizzate, quasi fosse uno slide-show. L’abuso delle inquadrature fisse (presenti in interminabili scene che rasentano il minuto) e un finale completamente incomprensibile completano il quadro, tanto che già dopo i primi 10 minuti si comincia a sperare che il povero zio schiatti il prima possibile.

La giuria del Festival di Cannes, presieduta da Tim Burton, l’ha premiato con la Palma d’Oro, e questo fatto può avere solo due spiegazioni. O noi siamo troppo “occidentali” per capirlo, o nemmeno a Cannes l’hanno capito, ma vergognandosene hanno scelto di riempirlo di elogi e fargli vincere la rassegna.

Bello o brutto? Boh!

Tra sbadigli e errori. Quel pasticciaccio brutto di Agora

10 Ott

Era stato atteso come pochi altri film della stagione e le premesse per il capolavoro c’erano tutte. Dal talento del regista Alejandro Amenabar (lo stesso di Apri gli Occhi, The Others e Il Mare dentro), a una protagonista potenzialmente devastante come Ipazia d’Alessandria (quasi una sorta di Giovanna d’Arco cum littera, per il suo essere donna vincente in un mondo di uomini), senza dimenticare il polverone sollevato dalle polemiche provenienti dall’ambiente ecclesiastico, e dalla presunta opposizione alla sua uscita nelle sale italiane da parte del Vaticano.

Agora invece rimane compresso tra un film storico (pieno di anacronismi e incongruenze) e un film d’azione (piuttosto lenta e prevedibile a dire il vero), tra un film di denuncia di un passato poco conosciuto e una velata critica a un presente che è meglio non tirare in ballo. Un ibrido, insomma, tra il solito blockbuster holliwoodiano e qualcosa di artisticamente più alto. Il risultato è un film mediocre e senza picchi.

Ciò che colpisce maggiormente sono gli innumerevoli errori compiuti nella ricostruzione storica della vicenda e del contesto in cui si svolge. Alcuni sono così grossolani che vale davvero la pena di elencarli.

La lupa e quei due bambini. In una scena del film appare sullo sfondo la lupa romana che allatta Romolo e Remo. Ok per la lupa capitolina, simbolo di Roma e dunque giustamente presente alle spalle del prefetto, meno per Romolo e Remo, che nella statua vennero aggiunti solo nel XV secolo, circa mille anni dopo la morte di Ipazia.

Cirillo volta le spalle al Signore. Durante la funzione religiosa, il vescovo di Alessandria rivolge lo sguardo all’assemblea dei fedeli, anticipando di 1500 anni la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, datata 1962 e firmata Giovanni XXIII. Un Cirillo un po’ troppo progressista per essere verosimile.

Quel gusto vintage dei soldati romani. Divise e armature retrò per l’esercito romano del Prefetto Oreste. Decisamente poco credibile che, 400 anni dopo Giulio Cesare, i soldati dell’impero vestissero ancora come all’epoca dell’attraversamento in armi del Rubicone.

Chi ha portato quel fico d’India? In Agora risiede la prova inconfutabile che gli egiziani (o i greci per loro) hanno raggiunto le Americhe ben prima di Colombo. A dimostrarlo è un bel fico d’India al centro della strada, nella scena dell’aggressione dello Shabat.

Canale di Suez e diga di Assuan. Che già nel 400 dopo Cristo l’uomo fosse capace di imponenti opere di ingegneristica è fuori discussione, ma mostrare in un’immagine aerea satellitare un’Alessandria completa di Canale di Suez (aperto nel 1869) e diga di Assuan (inaugurata nel 1970) è decisamente…come dire…goffo!

La lista potrebbe proseguire e allungarsi di parecchio, ma alcuni altri errori (perlopiù riguardanti la vicenda biografica di Ipazia e dei suoi allievi), risultano decisamente trascurabili di fronte ai clamorosi strafalcioni già citati. Che a Hollywood esista la tendenza a non prestare particolare attenzione all’accuratezza nelle ricostruzioni delle ambientazioni storiche e geografiche dei kolossal era stato già ampiamente dimostrato in precedenza, ma vedere un regista impegnato come Amenabar cascare in questa trappola lascia un po’ perplessi.