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Boris, si può!

2 Apr

Si può fare del bel cinema parlando del cinema brutto, anzi bruttissimo. Si può divertire, anche in Italia, senza dover per forza ricorrere ai cinepanettoni o a quelle commedie a sfondo sociale tutte uguali che francamente ci hanno un po’ stufato. Si può fare anche in Italia e Boris lo dimostra pienamente, nonostante per 108 minuti sostenga la tesi opposta.

Perfettamente riuscito il tentativo (tutt’altro che semplice) di trasferire in un lungometraggio cinematografico l’esperienza e lo spirito di un telefilm nato sotto traccia e diventata sempre più cult. Stesso cast (con qualche piccola new-entry), stessa perfetta armonia. Scommessa giocata e vinta dagli sceneggiatori e registi Luca Vendruscolo, Mattia Torre e Giacomo Ciarrapico, autori della serie più metatelevisiva e ora del film più metacinematografico della storia italiana. Stesso bruciante sarcasmo, stessa identica ironia da orticaria: Boris è stato capace di rendere pubblico ciò che succede quando le cineprese sono spente. Così reale da risultare assurdo (chiedere agli addetti ai lavori per ottenere conferma).

Eppure, a ben vedere, il quadro che dipinge di allegro ha ben poco: attori cani che recitano perché raccomandati, attrici cagne che recitano perché la danno, produzioni senza alcun valore artistico con il successo al botteghino come unico scopo, bassa, bassissima qualità e lavoro approssimativo. La tv e il cinema italiani stanno davvero così male? Sì, senza ombra di dubbio. Il Giovane Ratzinger con cui René Ferretti è alle prese all’inizio del film, non è poi così diverso dalle fiction a tema religioso che bombardano i nostri televisori. Natale nello Spazio non ha niente di più né di meno di quello che hanno i film dei Vanzina e di Neri Parenti. Chi fa cinema di qualità, o almeno ci prova, incontra mille difficoltà nel trovare qualcuno disposto a investire sul suo lavoro.

L’Italia raccontata da Boris è un’Italia estremamente rafazzonata, quella che tira a campare e cerca di ottenere il massimo col minimo sforzo, quella della meritocrazia inesistente e dei raccomandati, dei geni incompresi e dei cervelli in fuga. L’Italia della Casta e del Vaticano, incapace di guardare avanti e realizzare il suo sogno di modernità. Un Paese con un miliardo di difetti, ma ancora capace di ridere di se stesso, e i 124 mila euro fatti registrare da Boris nel giorno della sua uscita ne sono la dimostrazione lampante.

Sucker Punch, bamboline letali

27 Mar

Non sarà un capolavoro, ma Sucker Punch porta una ventata di freschezza e novità nel panorama del cinema mondiale. A renderlo, a suo modo speciale, ci pensa Zack Snyder, che prima scrive una storia che pur essendo totalmente folle è semplice da seguire, e poi la dirige con quelle inquadrature, quei movimenti di macchina e quegli effetti speciali a cui il regista di 300 e Watchmen ci ha abituato.

Sucker Punch è tanti generi insieme. Drammatico (non troppo convincente), azione, fantasy e fantascienza, pulp, musicale. È Matrix che flirta con Transformers, La Foresta dei Pugnali Volanti che ammicca a Il Signore degli Anelli, con una protagonista femminile come la sposa di Kill Bill (ma le affinità con il capolavoro di Tarantino si fermano a questo e a una katana), e altre quattro terribili ragazze che lo avvicinano ad altri film di genere come il cult Faster Pussycat Kill Kill, o il più recente A Prova di Morte (ancora Tarantino, sì).

Tra robot, spade, pistole e draghi giganti, spettacolari battaglie aeree fatte di biplani, elicotteri e zeppelin, Sucker Punch colpisce dritto allo stomaco dello spettatore (un po’ meno al suo cuore), con immagini di una forza impressionante, figlie di scenografie da Oscar e di una fotografia di altissimo livello. Snyder racconta coi dettagli e con il solito sapiente uso della carrellata ottica e del rallenty: così un bottone strappato da una camicia che oscilla sul pavimento e la cenere che si stacca da un sigaro e cade sulla scarpa di un sindaco grasso e viscido, raccontano violenza e stupore meglio di quanto farebbero sangue e parole.

Resta l’impressione che qualcosa manchi, soprattutto a livello emotivo, anche se il finale sembra parzialmente riscattare il film anche sotto questo profilo. Quando Baby Doll (Emily Browning), da letale bambolina, si trasforma in una ragazza fragile e generosa, e ogni pezzo del puzzle trova il suo posto rendendo chiaro il disegno di Snyder.

Eroi ed eroine quasi veri

19 Mar

Usciranno a una settima di distanza l’uno dall’altro e c’è chi è pronto a scommettere sul loro successo. Certo Kick-Ass e Sucker Punch proprio normali non sono. Il primo, diretto da Matthew Vaughn, è un fumetto pulp con dei supereroi che se le suonano di santissima ragione. Dove sta l’elemento di novità? Hit Girl (Chloe Moretz), quella che ne da di più in assoluto, ha 14 anni e viene istruita dal padre a menare come un fabbro e sparare come un cowboy. Per questo motivo la commissione di censura l’ha di fatto ostracizzato, limitandone la visione a un pubblico adulto e allontanando le case di distribuzione da una pellicola straordinariamente originale. Così ad Astana l’hanno visto prima che a Roma e a noi toccherà aspettare il primo aprile. La violenza è sicuramente un elemento portante della trama del film, ma il suo punto forte sembra essere l’ironia. Kick-Ass (Aaron Johnson) è semplicemente un ragazzo piuttosto imbranato e sfigato, che per dare una svolta alla sua vita si reinventa supereroe e non si da per vinto nemmeno di fronte alle prime batoste. Sarà l’incontro con Big Daddy (Nicholas Cage) e Hit Girl, due supereroi professionisti, a trasformare il gioco in una vera e propria missione.

KICK-ASS TRAILER

Il 25 marzo è invece il giorno dell’uscita di Sucker Punch, ultima fatica di Zack Snyder (300, Watchmen, Il Regno di Ga’Hoole). Si tratta di un’avventura drammatica e visionaria, che mescola elementi realistici ad altri fantastici, con un montaggio e una fotografia che dal trailer sembrano essere rigorosamente degni di nota. La storia è quella di Baby Doll (Emily Browning) , una ventenne degli anni ’50 che viene portata in manicomio dal padre perché sia lobotomizzata. Baby Doll decide di ribellarsi e di fuggire dalla sua prigione con le sue amiche detenute. Sucker Punch è una scommessa, e lo stesso regista ne è consapevole a giudicare dalle sue dichiarazioni: «La cosa più folle che abbia mai scritto, una specie di Alice nel Paese delle Meraviglie con le mitragliatrici». Snyder fa ancora una volta il funambolo sul sottilissimo filo che separa il capolavoro dalla boiata pazzesca. Per scoprire quale dei due lati accoglierà il papà di Leonida basterà andare al cinema, nel frattempo Sucker Punch ha già qualcosa di straordinariamente bello, i manifesti.

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SUCKER PUNCH TRAILER

Un western e qualcosa di più

25 Feb

L’ambientazione e la collocazione cronologica sono quelle classiche del genere, ma Il Grinta è molto più di un western: è un film dei Coen. E come ogni film dei Coen che si rispetti esplora i meccanismi attraverso i quali operano le relazioni umane. I tre personaggi centrali della storia non potrebbero essere più distanti tra di loro per storie e personalità, ma alla fine restano legati da un’amicizia che li accompagnerà fino alla tomba.

Potere di un’esperienza, una sola, vissuta insieme, tra accesi scambi di opinione e litigi capaci di far nascere e crescere una stima reciproca che sopravviverà anche quando i tre, inevitabilmente, non si vedranno più.

E il bello è che a fare da collante sia una quindicenne dalla sagacia e dalla perseveranza straordinarie, talmente convinta di voler vendicare la morte del padre da dimenticarsi di essere solo una ragazzina e da riuscire a imporre la proprio personalità su due sceriffi grandi e grossi. Hailee Steinfeld è semplicemente straordinaria, meriterebbe l’Oscar e potrebbe vincerlo. Credibile in un ruolo che sarebbe difficile anche per un’attrice ben più matura di lei e bellissima nella sua giovanissima età. Lontana dall’essere eclissata dalla presenza al suo fianco di mostri sacri come Matt Damon e, soprattutto Jeff Bridges, sembra invece esaltarne le qualità.

I tre trovano un’armonia perfetta nel corso del loro viaggio, iniziato tra mille perplessità e diffidenze e concluso con un atto di altruismo che svela il lato più tenero e nascosto dell’implacabile sceriffo Cogburn. I due cowboy si inchinano di fronte alla straordinaria maturità della bambina che li accompagna, come Bridges e Damon applaudono alla bravura della piccola attrice che recita con loro. Il tutto sotto la lente di ingrandimento di due sociologi come Joel e Ethan Coen. Stupendo!

In viaggio tra le stranezze (e le normalità) dell’America

25 Feb

Una coppia, un sogno, il più classico, che si sta per realizzare. American Life è uno dei film più riusciti dell’ultima stagione cinematografica, una commedia amara azzecatissima di Sam Mendes (American Beauty e Revolutionary Road).

Burt (John Krasinski) e Verona (Maya Rudolph), sono a soli tre mesi dalla nascita del loro primo figlio quando la loro vita viene sconvolta. I genitori di lui (quelli di lei sono morti quando aveva 22 anni) si “rifiutano” di fare i nonni, preferendo un trasferimento in Belgio. Senza più una ragione per restare nella loro città, Burt e Verona cominciano un tour per l’America del nord alla ricerca del posto e degli amici migliori con cui iniziare una nuova vita.

Tra coppie sull’orlo di una crisi di nervi e hippie seguaci del continuum che detestano i passeggini (strepitosi Maggie Gyllenhaall e Josh Hamilton), i due scopriranno in Canada come ci si possa amare sanamente e far funzionare una famiglia nonostante le difficoltà della vita, e troveranno nella visita al fratello di Burt (Jeff Daniels) l’ultimo spunto di riflessione per il loro futuro, che appare ottimistico anche senza il matrimonio.

American Life diverte, ai limiti della risata sfrenata, perché è surreale ma realistico, commuove, quasi fino al pianto, perché sentimentale ma non sdolcinato, e fa riflettere perché la storia di Burt e Verona è così comune che potrebbe appartenere a uno qualunque tra noi. Come in American Beauty, Mendes coinvolge e convince, accompagnando lo spettatore in una montagna russa di emozioni che si conclude con un sorriso e qualche lacrima. American Life non è un film sull’America, è un film sulla Vita, quella con la “v” maiuscola.

Quant’è brutto l’Aldilà di Eastwood

7 Gen

Hereafter è tutto il contrario di quello che ti aspetteresti da un film di Clint Eastwood. Diretto maluccio e recitato peggio, con Matt Damon nei panni di un poco credibile medium col fisico da rugbista (Invictus ha lasciato il segno, e non solo sulla carriera del Genio Ribelle di Hollywood) e una Bryce Dallas Howard sprecata così, in una piccola parte di una ventina di minuti, totalmente ininfluente ai fini della trama.

Che poi sarebbe da chiedersi se una trama esista. Hereafter a tratti commuove, ma non convince mai. Una colonna sonora prossima al ridicolo (scritta dal regista stesso) per tre storie distanti nei chilometri ma accomunate da un rapporto difficile con la morte si intrecciano fino a incontrarsi per caso, a Londra, durante la fiera del libro.

Lei (Cécile de France, Il Giro del Mondo in 80 Giorni), è una giornalista televisiva francese sulla cresta dell’onda. Brava bella e popolare, tanto da essere il volto della campagna pubblicitaria del Black Berry. Fino a quando non rischia la vita nello tsunami del 2004 e, tornata a Parigi, si rende conto che qualcosa nella sua vita è cambiato. Ha vissuto un’esperienza di pre-morte e ha visto l’Aldilà. La sua decisione di scrivere un libro sull’argomento le farà perdere il lavoro, la fama e l’amore. Andrà a Londra per presentare il suo libro e tutto cambierà.

Lui (Matt Damon) è un sensitivo per colpa di una brutta malattia e di un’operazione subita da bambino. Un sensitivo vero in un mondo di cialtroni, ma quello che il fratello chiama “dono” lui lo chiama “condanna”. Per colpa di queste sue capacità non riesce a vivere una vita normale e quando sembra sul punto di farcela tutto torna a sfasciarsi. Per questo ha smesso con le sedute e ha scelto un lavoro in fabbrica. Ovviamente lo perderà, il fratello lo convincerà/costringerà a tornare a fare il medium e lui scapperà da San Francisco. A Londra, alla ricerca del suo amato Charles Dickens.

L’altro, quello piccolo (nel ruolo si alternano e si sdoppiano i gemelli Frank e George McLaren) ha perso il fratello maggiore (di 12 minuti), investito da un’auto mentre veniva inseguito da alcuni teppisti, e non riesce a farsene una ragione. Cercherà disperatamente un medium serio per mettersi in contatto col gemello, e scoprirà su internet l’esistenza di George (Matt Damon). Un oceano li separa, ma nemmeno l’Atlantico può essere un ostacolo insuperabile quando uno sceneggiatore ha già deciso come deve andare a finire la storia.

In effetti risulta poco credibile che per caso queste tre storie si incrocino e che alla fine tutti riescano a ottenere ciò che desideravano. La crisi mistica di Eastwood porta a un eccesso di buonismo che supera addirittura quello di Invictus. E se in un film che racconta di come Nelson Mandela e il rugby abbiano contribuito a cambiare profondamente un Paese qualche forzatura poteva pure essere tollerata, in questo caso davvero non si capisce il manto di ottimismo che aleggia per tutta la durata di un film diretto da un regista pessimista e qualche volta un po’ cinico.

La rappresentazione dell’Aldilà è poi appena abbozzata, un enorme mare di luce in cui le anime sono rappresentazioni sfuocate dei corpi che abitavano: più una brutta foto eccessivamente sovraesposta che una visione onirica del più grande mistero dell’umanità. Non è chiaro quale sia il messaggio, non è chiaro se ci sia un messaggio. Cosa ci vuol dire Eastwood con questo film?

Difficile credere che Hereafter possa essere un film di Clint Eastwood. L’impressione è che la sua parabola artistica abbia ormai imboccato il ramo discendente dopo l’apice toccato in quel lustro iniziato con Mystic River e concluso con Gran Torino. D’altra parte film come quelli, e come Million Dollar Baby o Lettere da Iwo Jima, rappresentano davvero l’eccellenza del cinema degli ultimi anni ed è davvero difficile confermari ogni volta su quei livelli. Ma dopo il mezzo buco di Invictus, Hereafter appare come una triste conferma di un calo di creatività apparentemente inarrestabile.

Per Narnia è buona la terza

5 Gen

Un veliero gigantesco che solca mari in tempesta diretto verso i confini del mondo, creature fantastiche terribilmente pericolose, battaglie e duelli con spade e archi. No, non è  I Pirati dei Caraibi, anche se a volte si ha l’impressione che lo sia. Si tratta dell’ultimo capitolo delle Cronache di Narnia, intitolato Il Viaggio del Veliero.

Narnia perde Peter e Susan, troppo grandi e trasferitisi negli Stati Uniti dove vivono col padre in attesa che in Europa la guerra finisca. Lucy e Edmund ci sono ancora, invece, intrappolati nella loro vecchia Inghilterra, condannati a convivere con uno zio assente e un cugino petulante e dispettoso. La mente però pensa a Narnia, e ci pensa così forte che alla fine Narnia si riprende due dei suoi re. Stavolta è un quadro il mezzo di trasporto con cui i Pevensie si spostano da un mondo all’altro, portando con sé, volenti o nolenti, anche il cugino Eustace.

Sarà lui il vero protagonista del film, non Edmund o Lucy, non Aslan o Caspian, ma proprio il piccolo, biondo e tracagnotto Eustace. Un bambino fin troppo realista e razionalista per l’età che ha, scettico come nemmeno Edmund lo era ai tempi di Il Leone, la Strega e l’Armadio, incredulo sull’esistenza della terra mitica di cui parlano i cugino a tal punto da non crederci nemmeno quando ci si ritrova dentro, con tanto di Minotauri parlanti, topi cavalieri parlanti e gabbiani…non parlanti.

Eustace è il protagonista e non potrebbe essere altrimenti, perché Narnia è un’esperienza formativa, che dopo aver portato Peter e Susan all’età adulta saluterà anche Edmund e Lucy per l’ultima volta, ma lascia capire che il percorso del giovane Eustace è appena iniziato. Per farlo crescere e per fargli scoprire il coraggio che ha dentro ci vorranno Aslan (il Leone parlante) e Reepicheep (il coraggiosissimo topo spadaccino), e un’esperienza nei panni e nelle squame di una creatura che a Narnia ancora non avevamo visto. Sarà ancora Eustace il protagonista di La Sedia d’Argento, quello che dovrebbe essere il prossimo capitolo della saga (i libri di C.S. Lewis sono sette e per ora solamente tre sono stati trasportati sullo schermo dalla Disney).

E coi protagonisti si evolve e matura anche tutto l’impianto narrativo e visivo della saga. Il Viaggio del Veliero è un’opera più adulta di Il leone, la Strega e l’Armadio e di Il Principe Caspian. Stavolta elementi fantastici ed elementi più realistici sembrano amalgamarsi meglio e gli effetti speciali sono resi ancor più spettacolari da un 3D che stenta a decollare finché si è in Inghilterra, ma diventa parte integrante del racconto una volta giunti su Narnia.

Resta purtroppo un pesante punto debole. La performance recitativa (ma soprattutto la voce italiana) di Ben Barnes (Il Principe Caspian, Dorian Gray) rimane su livelli medio-bassi. Bastò un film perché in Italia ci si accorgesse che Aslan non poteva avere la voce di Omar Sharif, quanti ce ne vorranno per cambiare anche quella di Caspian?

Ciao Mario, grazie per averci fatto ridere

30 Nov

Stop! Mario Monicelli ha deciso così. Se n’è andato, a 95 anni, troppo stanco per lottare contro il tumore che lo sfiancava. Ha deciso che era meglio uscire di scena così, con l’ultimo ciak, scritto, diretto e interpretato da lui. Lui, uno dei più grandi registi cinematografici che l’Italia abbia mai avuto, non poteva certo lasciare che a decidere la sua fine fosse qualcun altro, fosse qualcos’altro.

Monicelli ci ha fatto ridere, tanto, e ci fa ancora ridere. Ha fatto ridere un Paese che ha sempre amato e che negli ultimi anni l’ha fatto soffrire al di là della malattia, per via della difficoltà a digerire chi quel Paese lo governa. Ci ha regalato dei capolavori assoluti, dapprima con Steno, poi finalmente da solo. Ha diretto (e spesso scritto) alcune delle commedie più belle del cinema italiano, quando ancora “commedia all’italiana” era un’espressione che significava qualità, divertimento, denuncia sociale. Da I Soliti Sospetti, alle due storie del coraggioso e ingenuo Brancaleone da Norcia, da La Ragazza con la Pistola all’indimenticabile Marchese del Grillo, fino ai primi due meravigliosi capitoli della saga di Amici Miei. Ha diretto attori come Totò, Vittorio Gassman, Monica Vitti, Alberto Sordi, Philippe Noiret e Ugo Tognazzi, esaltando le loro doti comiche.

Forse è anche per questa sua capacità di farci ridere che ha scelto di stupirci scrivendo un finale così drammatico per la sua storia. I suoi funerali non potranno certo essere come quelli del Perozzi, che chiudono il primo atto di Amici Miei, ma chissà se a lui piacerebbe vederci piangere dopo essersi impegnato tanto a farci ridere. Se volete ricordarlo, stasera, guardate uno dei suoi film e pensate ancora a lui, a Mario Monicelli, colui che ha portato in alto la “commedia all’italiana”, prima di fare in tempo a vederla cadere in basso.

Ciao Mario, grazie per averci fatto ridere!

Chi sono “Loro”?

6 Nov

C’è un film che probabilmente non conoscete e che sicuramente fareste bene a conoscere. Si chiama Them – Loro sono là fuori, è un horror francese, che riesce allo stesso tempo nella doppia impresa di rendere omaggio ai precedenti di genere e di stravolgerne i canoni.

Them (Ils il titolo originale) si regge sulla doppia regia di David Moreau e Xavier Palud, che un anno dopo diventeranno famosi fuori dai confini francesi per aver diretto Jessica Alba nel remake americano di The Eye, e su un cast composto da due attori, decisamente poco noti, ma non per questo meno bravi, come Olivia Bonamy e Michael Cohen.

Il concept è di una semplicità disarmante, quasi banale: la giovane coppia, appena trasferitasi in Romania dalla Francia, va a vivere appena fuori Bucarest, in una casa di campagna, tanto grande e bella quanto isolata e inquietante. Neanche a dirlo, nella casa presto cominceranno a succedere delle cose decisamente strane. Molto presto, a dire il vero, perché gli appena 76 minuti di durata della pellicola impongono un ritmo serrato all’azione, completamente privo di momenti morti, contemporaneamente punto debole e punto forte del film.

Senza mostri e con le quote-sangue ridotte al minimo sindacale, Them dimostra come, per spaventare il pubblico, basti una buona sceneggiatura, le giuste inquadrature e la giusta fotografia. Privo di spettacolarizzazioni estreme e di scene truculente alla Saw, Them gioca sul mistero e sull’ignoto. Ciò che lo rende terrificante infatti è l’impossibilità, fin quasi alla fine, di identificare i “cattivi” e le origini dei rumori, l’ambiguità tra l’umano e il soprannaturale.

Il tutto concluso da un finale capace di ribaltare anche le deduzioni del più scafato dei Sherlock Holmes da celluloide e con la conferma che tutto ciò è realmente accaduto, forse non in Romania, forse non a una coppia francese, ma comunque è accaduto.

Un film che fonde Hitchcock con Wes Craven, giocando in continuazione sul vedo-non vedo che lo rende, in qualche misura, unico nel genere. Rispettoso e coraggioso allo stesso tempo.

Halloween top 5

31 Ott

Prima ancora di stilare la mia classifica è necessario fare alcune precisazioni: a) I film che elencherò sono film che il sottoscritto ha visto, b) amato, c) che più l’hanno colpito. Pertanto commentate pure liberamente ma evitate, per favore, post della serie “ma hai dimenticato quel meraviglioso film su Dracula del ’58”, perché potrei non averlo visto, o potrebbe non essermi piaciuto, o ancora potrebbe non essermi passato per la testa mentre pensavo a questa top 5, il che significa che dopo tutto non mi ha colpito poi tanto. Allora ecco i 5 film senza i quali non dovreste mai passare Halloween!

 

5) Demoni (1985) di Lamberto Bava. Un cinema da cui è impossibile fuggire, una maschera maledetta che trasforma chi la indossa in un demone cannibale e un film che anticipa la realtà. Con questi ingredienti Bava ha costruito il suo piccolo capolavoro trash. La colonna sonora dei Goblin e la produzione di Dario Argento fanno il resto. Indimenticabile la scena in cui uno dei protagonisti sale su una moto e con una katana comincia a tagliare le teste ai demoni. Il finale poi è un’autentica apoteosi.

4) Suspiria (1977) di Dario Argento. Chissà per quale motivo le ballerine e la danza classica ispirano sempre trame particolarmente tetre e lugubri (Suspira, Il Fantasma dell’Opera, Black Swan). La protagonista si iscrive a una famosa accademia di danza tedesca, ma si ritrova al centro di una serie di morti piuttosto sospette. Fino a quando scoprirà che gli insegnanti dell’accademia altro non sono che i membri di una setta che pratica la stregoneria. Per atmosfera e suspence è uno dei migliori film di Dario Argento.

3) La Casa (1982) di Sam Raimi. Il film che ha lanciato il regista di Spiderman è anche il primo (e unico esclusivamente horror) della trilogia che comprende anche La Casa 2 e L’Armata delle Tenebre. Ash vorrebbe passare qualche giorno in pace coi suoi amici in una casa in mezzo al bosco, ma il ritrovamento del Necronomicon, un libro che contiene formule di magia nera, li scaraventerà in mezzo a demoni e spiriti maligni che li vogliono fare fuori. Horror a budget ridottissimo, semplicemente geniale!

2) Nightmare (1984) di Wes Craven. Dire che resta l’opera migliore del papà di Le Colline Hanno gli Occhi e Scream dovrebbe bastare per capirne il valore. Freddy Krueger è lo spirito dannato di un assassino di bambini, che invade i sogni di alcuni ragazzi uccidendoli nel sonno in maniera piuttosto cruenta. Fantastico, meraviglioso, irripetibile, e col grosso merito di mostrare un giovanissimo Johnny Depp all’inizio di una carriera che sarebbe diventata straordinaria.

1) Nightmare Before Christmas (1994) di Tim Burton. Non vi inganni il fatto che la regia di questo film è firmata da Henry Selick, Nightmare Before Christmas è a tutti gli effetti un film di Tim Burton. Jack Skellington è il re del campo di zucche, il divo del mondo di Halloween, ma la sua vita comincia a sembrargli monotono e insoddisfacente. Tutto cambierà quando per caso scoprirà il mondo del Natale. La colonna sonora di Danny Elfman ( che nella versione italiana è cantata da Renato Zero) è un piccolo gioiello dentro il gioiello. Il più bel film mai realizzato con la tecnica dello stop-motion.