Archive by Author

Tim Burton, ritorno nelle Ombre oscure

18 Mag

Angelique Bouchard: I’m going to make an offer to you, Barnabas. My last. You can join me by my side and we can run Collinsport together as partners, and lovers… or I’ll put you back in the box. 
Barnabas Collins: I have already prepared my counter-proposal. It reads thusly: You may strategically place your wonderful lips upon my posterior and kiss it repeatedly! 

Provate a immaginare un film horror, molto horror, con vampiri, streghe, fantasmi e altre creature terrificanti. Provate a immaginare che, all’improvviso, il film viri sulla commedia grottesca e sullo humor britannico, per poi tornare alle sue origini gotiche.

Dark Shadows è la storia di un giovane inglese che con la sua famiglia approda negli Stati Uniti per fondare un impero del pesce nello Stato del Maine (che all’epoca dei fatti ancora non esisteva, ma poco importa). È il 1776 quando Barnabas Collins (Johnny Depp) si innamora di Josette (Bella Heatcote), spezzando il cuore alla serva sbagliata, Angelique (Eva Green), una strega con straordinari poteri e un cuore fortemente rancoroso. Angelique fa morire Josette e condanna Barnabas al tormento eterno, trasformandolo in vampiro e rinchiudendolo in una bara per quasi 200 anni.

Fino al 1972, quando il sarcofago viene ritrovato e aperto dagli operai di un cantiere, liberando il mostro che poi, come capita spesso nei film di Tim Burton, mostro non è. Barnabas è costretto a uccidere, lo sa e sembra non soffrirne, ma in realtà vorrebbe tornare umano perdendo l’immortalità. Tornato nella sua residenza di Collinwood trova i suoi discendenti e si trasferisce a vivere con loro, con il proposito di riportare la dinastia dei Collins a dominare il mercato del pesce, nel frattempo colonizzato dalla Angel Bay della strega Angelique.

Il nuovo incontro tra i due genera ancora passione, gelosia, odio. Un turbinio di sentimenti espressi sempre con leggerezza e ironia, mentre Barnabas si innamora di una giovane istitutrice (interpretata dalla stessa Bella Heatcote) che sembra la reincarnazione di Josette.

È l’insieme di questi conflitti a rendere Dark Shadows un film estremamente godibile. C’è un po’ tutto Tim Burton, un cross-over tra i suoi generi preferiti, dal demenziale al terrorifico. Inutile girarci intorno: il film sta almeno due spanne sotto i grandi capolavori come Nightmare before Christmas o Edward Mani di Forbice, non arriva nemmeno ai livelli degli eccellenti Sweeney Todd, Ed Wood e La Sposa Cadavere, ma può tranquillamente entrare tra i film meglio riusciti del regista di Burbank, alla pari con Il Mistero di Sleepy Hollow, poco sotto i due Batman e Big Fish.

C’è qualcosa in Dark Shadows di estremamente intimo e personale che ci fa riabbracciare il vero Burton dopo la pellicola quasi del tutto spersonalizzata di Alice in Wonderland, un film che ha sbancato al box-office, ma senza fare breccia nei cuori dei fan di Tim. Si tratta di quel mix di horror e commedia di cui sopra, del suo strizzare l’occhio all’horror e a una serie cult dell’adolescenza del regista, e del suo fedelissimo attore feticcio Johnny Depp.

Colui che è stato Edward, Ed Wood, Willy Wonka, Ichabod Crane, Sweeney Todd e il Cappellaio matto, non poteva mancare anche in questa nuova opera burtoniana, nella doppia veste di attore protagonista e produttore. Così come era scontata la presenza di Helena Bonham Carter in un ruolo quasi da caratterista, marginale ma incisivo. Nel resto del cast si sentono fortissime eco vintage del repertorio di Burton. C’è Michelle Pfeiffer (Batman il Ritorno), c’è Christopher Lee (Il Mistero di Sleepy Hollow, La Sposa Cadavere, Alice in Wonderland), e c’è Eva Green, che pur non avendo mai lavorato precedentemente con Tim Burton ha un’inquietante somiglianza con Lisa Marie, ex compagna del regista presente in Ed Wood, Il Mistero di Sleepy Hollow, Mars Attacks! e Planet of the Apes.

C’è poi una Chloe Grace Moretz che si candida a diventare interprete di lungo corso dei film di Burton. La sua prova è magistrale, in un ruolo che sembra cucito su misura per lei, border line con la follia pura, in contrasto così netto con il volto d’angelo di una delle ragazzine più promettenti di Hollywood.

Più horror che commedia (l’impressione che il lato comico perda molto nell’adattamento e nel doppiaggio è fortissima), Dark Shadows non è un capolavoro, ma ha al suo interno elementi estremamente interessanti. Con un’ottima regia e una fotografia che rasenta la perfezione (soprattutto nel cupissimo prologo). Certamente da vedere per chiunque voglia ritrovare il buon vecchio Burton.

The Avengers, una squadra molto speciale

26 Apr

20120426-114931.jpg

Benedetto sia per sempre chi ha inventato Tony Stark e l’ha fatto ironico, sarcastico, arrogante ed egocentrico. Se il minestrone di supereroi Marvel di The Avengers funziona, il merito è soprattutto dell’ingrediente Ironman. Accanto a lui, interpretato come sempre da un ispiratissimo Robert Downey Jr, anche la scialba retorica nazionalista e militarista di Capitan America (Chris Evans) e la magniloquenza aristocratica di Thor (Chris Hemsworth) risultano meno stucchevoli.

Ironman non è protagonista in senso stretto, ma è senza dubbio il collante perfetto del gruppo. Le sue battute sono le più divertenti del film, come quando chiede a un Capitan America prigioniero di un anacronismo molto ben reso, come possa essere così in forma nonostante sia nato circa un secolo prima: “Qual è il segreto, Pilates?”. O come quando allo stesso eroe a Stelle e strisce che prova a frenarne la carica sostenendo la necessità di “un piano d’attacco”, lui risponde: “Io ho un piano: attacco!”.

E questo è Tony Stark, questo e molto di più, perché dopo tutto, come lui stesso spiega, sotto l’armatura resta pur sempre “Un genio, miliardario, playboy, filantropo”. L’Ironman di Joss Whedon, inserito in un contesto corale, è anche migliore delle prime due apparizioni da solista, ma The Avengers non è tutto qui.

Il film è un mix riuscitissimo di azione e comicità, tra dialoghi taglianti e inquadrature spettacolari, combattimenti mai banali esaltati da un 3D superbo, con livelli di realismo mai raggiunti prima, e un villain di gran classe. Loki è meno stratega e più rancoroso che in Thor, ma fa pur sempre la sua figura. Merita senza dubbio una citazione anche l’Hulk di Mark Ruffalo, senza dubbio il più riuscito della serie. Il gigante verde si fa attendere non poco prima di fare la sua comparsa, ma ne vale davvero la pena. Lo scontro con Loki, il modo e la battuta con cui lo liquida sono destinati a diventare cult, così come l’ordine impartitogli da Steve Rogers prima dell’attacco finale. Capitan America pianifica la strategia, dà a tutti un compiti preciso, poi arriva Hulk e gli dice semplicemente: “Hulk, spacca”.

È tutto questo a rendere The Avengers il miglior cinecomic finora sfornato dalla Marvel, nonstante la presenza di due personaggi un po’ più insipidi come Vedova Nera (Scarlett Johansson, già presente in Ironman 2) e Occhio di Falco (Jeremy Renner), ai quali manca un background approfondito come quello degli altri quattro eroi. E non è finita qui, perché nel finale Nick Fury (Samuel L. Jackson), capo dell’agenzia segreta S.h.i.e.l.d. e vero e proprio demiurgo della squadra, lascia tutti con una promessa: “I vendicatori torneranno perché e avremo bisogno”. Promessa o minaccia, perché il rischio di rovinare un’opera davvero azzeccata e piuttosto forte.

Pirati! Briganti da strapazzo, uno stop motion tutto da ridere

15 Apr

Amanti di Wallace and Gromit e dei pupazzi di plastilina creati da Nick Park e animati in stop motion, dimenticate La Maledizione del Coniglio Mannaro, Capitan Pirata e la sua ciurma vi faranno ridere ancora di più, soprattutto se la vostra infanzia è stata riempita con le avventure grafiche di Monkey Island. Pirati! Briganti da strapazzo mischia un po’ di Guybrush Threepwood con un pizzico di Jack Sparrow, ma è un film del tutto originale, ispirato alle avventure scritte da Gideon Defoe (sceneggiatore anche del film), e che mantiene intatta l’eredità di Nick Park, stavolta non coinvolto nel progetto della Aardman Animations.

Capitan Pirata (la voce italiana è di Christian De Sica, quella originale di Hugh Grant) è il leader di una ciurma sgangherata, che passa il tempo a discutere sul fatto che sia meglio «sciabolare» o «saccheggiare», con un pirata albino dall’aspetto malaticcio, che dell’essere pirata ama «la possibilità di beccarsi malattie esotiche», uno che è completamente rattoppato tra gambe di legno, uncino e una protesi nasale che non è altro che un tappo di sughero, un altro che in realtà è “altra”, e soprattutto un pappagallo che in realtà non è un pappagallo.

Una banda così non può che suscitare l’ilarità dei colleghi più sanguinari, tanto più che la povera ciurma non riesce a tirar fuori un doblone dalle navi che saccheggia. Così, il sogno di Capitan Pirata di vincere il premio di “Pirata dell’anno” sembra davvero irrealizzabile. L’incontro con Charles Darwin e la scoperta che il pennuto Polly in realtà è l’ultimo Dodo rimasto sulla terra, cambieranno la storia, portando il galeone sul Tamigi e i pirati fino a un incontro frontale con la regina Vittoria, la più acerrima nemica dei filibustieri.

Il rispetto dei colleghi Capitan Pirata lo guadagnerà solo scoprendo se stesso, con un atto di estremo coraggio per rimediare a un errore compiuto e ricompattare la sua ciurma. In mezzo una serie di gag esilaranti, con qualche punta di umorismo decisamente british, citazioni cinematografiche e letterarie, e una scimmia addestrata da Darwin a portare smoking e monocolo, e comunicare nel linguaggio umano attraverso a dei cartoncini con su scritte le parole necessarie.

Da vedere!

Uomini che odiano le donne: Usa-Svezia 1-1

10 Feb

Mikael Blomqvist lascia il tribunale sotto la pioggia battente di Stoccolma, sconfitto da Hans-Erik Wennerstrom, condannato per diffamazione, circondato dai colleghi sciacalli che cercano di strappargli una dichiarazione, traboccanti di un mal celato sadico piacere e di invidia repressa. Ci crediate o meno, per un giornalista, la sequenza iniziale di Millenium-Uomini che odiano le donne è la più spaventosa di tutto il film, l’incubo in cui nessuno vorrebbe mai ritrovarsi. Stesso identico inizio del libro di Stieg Larsson, stesso del film svedese diretto da Niels Arden Oplev, ma David Fincher (Seven, Fight Club, The Social Network) ci aggiunge comunque qualcosa, come per tutta la pellicola.

Nella versione americana c’è più tensione, più suspense, merito anche di una colonna sonora azzeccatissima. È più thriller e meno noir. Fincher vince la partita sotto il profilo della regia, della fotografia, dell’atmosfera e della durezza delle immagini. Le scene di stupro hanno una forza spaventosa, e non sono le uniche. La struttura è pressoché identica, fedelissima al romanzo salvo che in alcuni piccoli dettagli (variazioni fastidiose forse proprio perché non se ne capisce l’utilità), a fare la differenza sono luci, colori, scenografie, inquadrature.

Il punto del pareggio per la Svezia lo segnano gli attori. Rooney Mara (The Social Network) è brava, certo, anche molto, ma è meno “Lisbeth” di Noomi Rapace. La sua interpretazione può valere una nomination agli Oscar, ma difficilmente le porterà la statuetta. Daniel Craig (Casino Royale, Quantum of Solace) è il solito, completamente inespressivo, monocorde, incapace di trasmettere emozioni anche in ruolo che sembrava cucito apposta per lui. Non esprime paura quando è in pericolo, né piacere durante un rapporto sessuale, vince in sex appeal, ma perde nettamente il derby dell’intensità con Michael Nyqvist, suo omologo svedese, decisamente più credibile nel ruolo del reporter combattuto tra la deontologia professionale e un personalissimo senso di giustizia.

In fin dei conti i due film pareggiano, e l’operazione di restyling cercata da Fincher funziona solo a metà. Resta poi un’amara considerazione: quando il momento più alto di un film è toccato dai titoli di testa (vera opera d’arte quelli di Millenium-Uomini che odiano le donne), evidentemente qualcosa non ha funzionato.

 

Margaret Tatcher, la Lady di ferro che commuove

6 Feb

Premessa e piccolo sfogo personale: i miei piani erano quelli di andare a vedere “Hugo” ma purtroppo i biglietti erano praticamente esauriti. Poco male, perché nei programmi miei e di Francesca c’era anche “The Iron Lady”. Quello che trovo scandaloso, e che ci ha rovinato non poco la serata, e che un multisala nel pieno centro di Milano, appartenente alla più importante catena presente in Italia, non abbia una sala e delle sedie su cui fare aspettare al caldo i propri clienti. A conti fatti abbiamo passato 40 minuti in piedi e al freddo, nell’attesa che si potesse accedere alla sala. Così ho scoperto che i cinema di Cagliari sono più accoglienti di quelli di Milano.

20120206-110108.jpgQuando sullo schermo appare Meryl Streep per la prima volta, si ha l’impressione di aver sbagliato sala. Un po’ perché quella signora avvolta in un foulard, che chiede quanto costa il latte mentre guarda la prima pagina del giornale, assomiglia più alla regina Elisabetta che a Margaret Tatcher, un po’ perché ha un’aria confusa e smarrita che la fa sembrare tutt’altro che di ferro.

In effetti The Iron Lady, biopic di Phyllida Lloyd (Mamma Mia!) sul primo ministro che ha cambiato il Regno Unito, gioca molto sull’ambiguità e sul doppio profilo di Margaret Tatcher. Da un lato il politico tutto d’un pezzo, carismatico, autorevole e autoritario, dall’altra la donna, prima giovane e sognatrice, poi anziana e visionaria, preda di una malattia che, unita alla solitudine, ne segna gli ultimi anni di vita.

Così, pur nella sua imperfezione, il film ci restituisce la dimensione umana di quella che, piaccia o meno, è stata la donna più influente del XX secolo, capace di imporsi in un mondo estremamente maschilista, come nessuna aveva mai fatto prima. The Iron Lady arriva a commuovere profondamente (Francesca ha pianto dal primo all’ultimo minuto), sebbene non taccia affatto degli aspetti nefasti degli oltre 11 anni di governo Tatcher. Il continuo camminare sul confine tra contemporaneità e flash-back, reso estremamente labile dalla malattia della protagonista, e la spasmodica ricerca di un’obiettività storica nell’analisi delle dure scelte politiche della Tatcher, rendono The Iron Lady, un buon biopic, lontano dall’agiografia, così come da uno sterile stile documentaristico.

Sotto il profilo squisitamente cinematografico spiccano le eccelenti interpretazioni di una Meryl Streep giunta alla diciasettesima nomination personale agli Oscar, e di un Jim Broadbent (Harry Potter e Moulin Rouge) ironico e intenso nel ruolo del marito/fantasma Denis Tatcher. Il resto rimane piuttosto ordinario, dalla regia alla fotografia, con una nota di merito per il trucco.

Oltre la sufficienza, ma non di molto, certamente migliore di un J. Edgar qualunque, ma non sui livelli di Mamma Mia! (tanto per non cambiare regista) o di The Queen (tanto per non cambiare ambientazione. The Iron Lady si fa guardare, ma si poteva fare di più.

Per la quarta volta urlo “Bravo Wes”

23 Set

20110923-121529.jpg

Finalmente ho visto Scream 4, e devo ammettere di averlo fatto con un colpevole ed eccessivo ritardo per un cultore del genere e della saga. Ed è stato un po’ come incotrare un vecchio amico dopo 10 anni. Ma mentre può capitare che quell’amico ti riappaia con qualche ruga di troppo o, peggio ancora, con la pelle stirata da lifting e botox alla ricerca disperata della gioventù perduta, per la saga di Craven non è così. Stesso impianto narrativo, stessa sottile ironia, stessi richiami al genere horror in continuo equilibrio tra l’omaggio e lo sberleffo.

Scream non invecchia mai, e non ha bisogno di ridicoli giovanilismi per sembrare ancora nuovo. Anzi, la rughe sul volto di una Sidney Prescott (Neve Campbel) che torna a Woodsboro per scacciare i vecchi incubi, ricascandoci in pieno e portando con sé la solita sfiga da “Jessica Fletcher”, sembrano essere il valore aggiunto del film, l’elemento che ti fa pensare “Valeva la pena di aspettare 10 anni”.

L’horror che racconta gli horror. Il film dentro al film (la saga di Squartati, che nel frattempo è giunta al settimo capitolo aggiungendo elementi fantastici e modernisti presentati da Craven come ridicoli). Il bello e il brutto di un genere che degenera tra “mostri, alieni e fantasmi di bambini giapponesi”, e tentativi di remake spesso pacchiani e fallimentari. Il richiamo alle regole dell’horror, che si evolvono al punto che nemmeno le vergini sono più al sicuro, ma solo gli omosessuali. Senza dubbio una delle esperienze più metacinematografiche di sempre.

La bravura di Craven sta proprio nel non tradire l’originale, errore compiuto invece dal nuovo Ghostface e messo in evidenza dalla solita immortale Sidney (consentitemi questo piccolo spoiler, ma d’altra parte non poteva essere altrimenti). E allora ecco che Linus (David Arquette), nonostante sia diventato sceriffo, rimane sempre il solito poliziotto di provincia, ingenuo e pasticcione. Ecco che Gale (Courtney Cox), sebbene abbia rinunciato allo scoop per amore, ritrova la sua voglia di protagonismo e il suo egocentrismo.

Ma sebbene tutto ricordi il primo capitolo della saga, e gli omicidi sembrino un remake degli originali, tutto riesce a stupire, fornendo continui colpi di scena e nuovi spunti di riflessione. Un’altra bella lezione del maestro.

I fischi alla Comencini e lo stato di salute del cinema italiano

10 Set

20110910-130008.jpg

La critica fischia Cristina Comencini, e non in senso metaforico. È successo a Venezia, durante la proiezione riservata ai giornalisti di “Quando la Notte”, tratto da un romanzo della stessa Comencini. Il film potrà pure essere bruttissimo, o per dirla alla Fantozzi “una boiata pazzesca”, ma l’atteggiamento dei critici impone serie riflessioni. Lasciare la penna e diventare ultras da stadio è un atteggiamento che ha ben poco di professionale e maturo, ma non solo. È una grave mancanza di rispetto, e non nei confronti dell’autore, che se fa un brutto film si prende tutti i fischi e i pomodori di questo mondo, ma verso gli altri spettatori. Come si può pretendere che gli italiani imparino a comportarsi al cinema se i primi cattivi maestri sono gli addetti ai lavori?

Il decadimento del cinema italiano è anche nella maleducazione di chi lo segue, oltre che nell’impoverimento dei contenuti e nella standarfizzazione di un prodotto sempre più diviso in due macrocategorie: i drammi familiari o le commedie da quattro soldi (che sarebbe meglio smettere di chiamare “all’italiana” per restituire un minimo di dignità a Germi, Monicelli, Risi). Se non c’è la cultura non puoi esserci il prodotto di qualità, se il pubblico non è capace di apprezzare il cinema, anche solo stando buono e zitto durante una proiezione, i registi non avranno alcub incentivo a realizzare bei film.

In Italia ne sono rimasti pochissimi, sia di spettatori consapevoli sia di veri artisti del cinema. Sarebbe necessario provare a ripartire da capo, dalle basi, da come ci si comporta in una società civile. Ma finché i critici continueranno a fare gli ultras potremo tenerci i Vanzina e Greggio, le “Vacanze di Natale” e il “Box Office 3D”. Perché l’importante è fare cassetta, come è secondario. Con buona pace di Fellini.

Bitch Slap, le superdotate che fanno il verso a Tarantino

8 Ago

Tre iper maggiorate perse nel deserto, che le danno, le prendono e se le danno di santa ragione. Sempre l’ennesima variazione sul tema di Faster Pussycat Kill Kill, il cult di Russ Meyer che quando uscì nel 1965 fece tanto rumore, segnando un punto di riferimento incancellabile per  il cinema d’exploitation. Bitch Slap si inserisce sulla recente ondata di omaggi al genere, riscoperto da Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, ma a Rick Jacobson mancano completamente dell’eleganza del primo e della ferocia del secondo.

L’ingenua e sciocca spogliarellista Trixie (Julia Voth), la folle assassina Camero (America Olivo), e la gelida e razionale leader del trio Hel (Erin Cummings), sono così stereotipate da far assomigliare il film a una parodia. La recitazione approssimativa e la fotografia appena abbozzata non rendono giustizia a un genere che è sì di puro intrattenimento ma che ha spesso regalato virtuosismi d’autore. Le partecipazioni di Kevin Sorbo (l’Hercules della tv) e di Michael Hurst (che nella stessa serie interpretava Iolao, il fraterno amico dell’eroe semidivino) certo non alzano il livello della qualità della pellicola.

Il continuo ricorso al flash-back non riesce nell’intento di rendere più avvincente una narrazione con più di qualche buco, appesantendola ulteriormente e spezzando spesso il ritmo di sequenze d’azione vivaci. Del resto il film è una raccolta di tutto ciò che può essere compreso nella categoria delle fantasie erotiche più banali e scontate. Continui ammiccamenti sessuali più o meno espliciti, secchiate d’acqua su vestiti che definire tali sarebbe generoso, richiami al nunsploitation e, culmine del climax, una bollente (si fa per dire) scena lesbo che svela un intricato triangolo amoroso tra le tre protagoniste. Non mancano comunque i colpi di scena e gli spunti interessanti, come il manuale sfogliato in due scene da Hel, dal titolo “Slutty bitches in post feminist America” (Puttanelle nell’America post feminista), o alcuni sfondi disegnati che, insieme all’uso frequente della tecnica dello split screen, danno al film un’atmosfera fumettistica richiamata dalla stessa locandina. I titoli di testa, una sorta di medley delle più importanti produzioni sul genere, sono un autentico capolavoro.

In definitiva Bitch Slap è brutto, ridicolo e pieno di luoghi comuni, ma proprio per questi motivi si lascia guardare, basta avere lo spirito giusto. Per niente noioso resta l’ideale per una serata leggere, meglio se esclusivamente maschile, con tanto di pop-corn, birra e rutto libero.

Arriva Machete, si salvi chi può!

22 Apr

Metti che “provi a fregare il messicano sbagliato”, con la faccia e le cicatrici da galeotto di Danny Trejo (lo è stato per davvero) e una sceneggiatura scritta da Robert Rodriguez. Metti che ti vada male, e che lui viva per anni nel pensiero della vendetta. Metti che poi, il messicano sbagliato, incontri due connazionali tanto pericolose quanto sexy a dargli una mano.

Machete è Rodriguez all’ennesima potenza, più sanguinario di Dal Tramonto all’Alba, più epico di Planet Terror, più Pulp di Sin City e solo un po’ meno messicano della trilogia del Mariachi. È, nella migliore tradizione Rodrigo-Tarantiniana, cinema di exploitation e satira sociale e politica, in un totale ribaltamento dei ruoli in cui i cattivi sono buoni e i buoni sono cattivi. Una dicotomia invertita interpretata perfettamente da Danny “Machete” Trejo, rozzo, violento ma dalla parte del popolo, e Robert “McLaughlin” De Niro, elegante e benestante senatore dello stato del Texas, prototipo del repubblicano di ultima generazione, quella della xenofobia dei Tea Party e di Sarah Pallin.

McLaughlin promette di bloccare l’immigrazione dal Messico alzando una vera e propria barriera al confine, Machete, Luz (la leggendaria eroina She che sa tanto di Guevara interpretata da Michelle Rodriguez) e l’agente Sartana (federale dalle ascendenze messicane con tanta voglia di tornare alle origini e il volto e il corpo di Jessica Alba), faranno di tutto per impedirglielo. Il tutto mentre il narcotrafficante Rogelio Torrez (un imbolsito Steven Seagal) flirta col senatore nella convinzione che Machete sia ormai scomparso.

Esasperato nella violenza e nelle scene di sesso, Machete è stato girato a furor di popolo dopo che Rodriguez ne fece vedere un finto trailer in Grindhouse. E a ben vedere il popolo ha avuto ragione e ha ottenuto ciò che voleva. Summa perfetta dell’arte estrema di uno degli ultimi cineasti ancora in vita, che tra uno Spy Kids e l’altro riesce ancora smentire chi lo vorrebbe imborghesito dal verde delle colline di Hollywood. Un film da vedere assolutamente e se è possibile da assaporare anche in lingua originale, quel minestrone di inglese-texano, spagnolo-messicano e spanglish dannattamente incomprensibile ma che è pilastro portante della narrazione. Ottima prova Robert, noi ti vogliamo così!

Come un calcio nel sedere!

10 Apr

Kick Ass è esattamente quello che il titolo ti promette. Un calcio nel sedere, ben assestato e improvviso. Ti sorprende e ti fa male, fin dalla prima geniale scena. Qui in Italia abbiamo dovuto attenderlo a lungo, ma ne è valsa la pena.

Forte come un film di Tarantino, divertente come una commedia ben scritta e ben diretta. Kick Ass si diverte a parodiare film e fumetti sui supereroi pur rispettandone perfettamente i canoni. Dave Lizewski (Aaron Johnson) è un Peter Parker all’ennesima potenza, ancora più sfigato perché non trova nemmeno un ragno radioattivo che lo morda e gli passi dei super poteri, uno che attrae l’attenzione della ragazza dei suoi sogni solo perché lei è convinta che sia gay. Big Daddy (Nicholas Cage) è una specie di Batman psicopatico con una storia drammatica alle spalle e una vendetta da compiere nel futuro. Hit Girl (una straordinaria Chloe Moretz già pronta per Kill Bill vol. 3) una bambina educata alla guerra e alla violenza, cresciuta a colpi di pistola sparati in petto (con tanto di giubbotto antiproiettile addosso) e con regali di compleanno decisamente atipici per una undicenne. Papà e figlia sono così matti da far sembrare normale Dave, che diventa Kick Ass nella convinzione che “per creare un supereroe non servono super poteri, ma solo una perfetta combinazione tra ottimismo e ingenuità”.

Indimenticabili le scene di combattimento, in particolare quella finale resa ancora più tarantiniana dalla colonna sonora firmata Morricone e proveniente da Per Qualche Dollaro in Più. La verità è che nessuna parola potrà prepararvi a quello che vedrete. Solo due cifre, 10, solo tre lettere, wow!